Il nuovo Senato e le strumentalizzazioni

Riforme
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

La tesi del Senato elettivo sembra così bizzarra da denotare la strumentalità politica

Molti autorevoli costituzionalisti, da ultimo Cesare Pinelli e Augusto Barbera, hanno già dimostrato con solidi argomenti l’inconsistenza della tesi del Senato elettivo, come contropotere rispetto alla camera politica. Mi limiterò a sottolineare che se la fonte di legittimazione fosse la stessa per entrambe le Camere, non si comprenderebbe perché una sola di esse debba votare la fiducia. E comunque, se fossero elette con sistemi diversi – maggioritario per la Camera e proporzionale per il Senato – avremmo quasi certamente maggioranze diverse e quindi un conflitto permanente tra le due assemblee che sfocerebbe nell’ingovernabilità più assoluta. Non solo: un Senato eletto direttamente non potrebbe più essere rappresentativo delle “istituzioni territoriali” e pertanto non potrebbe più svolgere quella funzione di raccordo tra legislatore statale e legislatori regionali che è indispensabile per ridurre drasticamente il contenzioso costituzionale tra Stato e Regioni.

Questa tesi del Senato elettivo (che peraltro non ho mai trovato nelle proposte del Pci-Pds, dell’Ulivo, dei Ds e del Pd) è cosi inconsistente e bizzarra da denotare la sua strumentalità politica. Ma non si tratta solo di colpire il governo Renzi. A questo obiettivo se ne aggiunge un altro. Anche grazie alle migliaia di emendamenti e a votazioni segrete, si vuole stravolgere e rendere pasticciata la riforma (in particolare il procedimento legislativo, che ne è il cuore), in modo da portarla su un binario morto (una revisione del bicameralismo sgangherata sarebbe esiziale, molto più di quanto lo sia stata quella del titolo V). È l’obiettivo di quei conservatori istituzionali che si annidano a Palazzo Madama, certamente non solo tra i banchi dei senatori e che addirittura vorrebbero spingere il Presidente del Senato a stravolgere i regolamenti parlamentari, cioè ad ammettere anche gli emendamenti che rimettono in discussione le scelte di fondo sulle quali le Camere si sono già pronunciate allo stesso modo (forzando un precedente verificatosi però nemine contradicente).

Ma “disfare la tela” della riforma costituzionale, determinando per l’ennesima volta un «imperdonabile nulla di fatto», come ha denunciato il Presidente emerito Napolitano, è un lusso che l’Italia non può più assolutamente permettersi. Sarebbe il fallimento della legislatura (che riuscì ad avviarsi solo grazie alla rielezione di Napolitano e all’impegno riformatore assunto solennemente dalle forze politiche in quella occasione), con l’inevitabile conseguenza delle elezioni anticipate. Si può evitare il precipitare di questi eventi? Certamente sì, a patto che la riforma istituzionale sia posta al riparo dalla esasperata strumentalità dello scontro politico e si ricerchino quelle soluzioni che possono davvero migliorare il testo della riforma. Si vuole rafforzare il collegamento del nuovo Senato con la sovranità popolare (non perché i consiglieri regionali e i sindaci eletti dal popolo siano privi di legittimazione, ma in virtù delle rilevanti funzioni già attribuite al Senato, in particolare l’approvazione delle leggi costituzionali, l’elezione del Presidente della Repubblica e la nomina dei giudici costituzionali)? Sono state proposte varie ipotesi di mediazione tra cui quella di una apposita norma costituzionale che obblighi le leggi elettorali regionali ad attribuire agli elettori il potere di decidere quali consiglieri regionali abbiano il diritto di elettorato passivo per l’elezione a senatore (fermo restando l’elezione ai sensi dell’art. 57, come recita un emendamento presentato dai senatori di Area Popolare). Si vuole rafforzare il sistema dei contrappesi? Si rafforzino le prerogative delle opposizioni (ad esempio, prevedendo l’istituzione di una Commissione parlamentare per il controllo della finanza pubblica a composizione paritaria tra maggioranza e opposizioni, presieduta da un rappresentante di queste ultime). Si migliori il testo approvato dalla Camera per rafforzare il ruolo fondamentale di garanzia del Presidente della Repubblica. Si sottraggano le autorità indipendenti all’indirizzo politico della maggioranza. Si vogliono rafforzare alcuni poteri del Senato? Si torni al testo approvato in prima lettura per la nomina dei giudici costituzionali, dando così al Senato un ruolo più rilevante. Così pure si recuperi il ruolo del Senato come sede di raccordo con l’Unione europea e per la valutazione delle politiche pubbliche, in specie quelle concernenti le autonomie territoriali. Infine, sulle connessioni tra riforma costituzionale e riforma elettorale. È vero che rispetto alle indicazioni espresse a larga maggioranza dalla Commissione per riforme nominata al governo Letta vi è una differenza: il premio assegnato alla lista anziché alla coalizione. Ma in realtà essa non è l’unica differenza perché nel testo all’esame del Senato mancano del tutto quei meccanismi di stabilizzazione dell’esecutivo (già invocati alla Costituente dal famoso ordine del giorno Perassi) relativi alla disciplina del potere di scioglimento e della sfiducia costruttiva, che erano invece previsti dalla Commissione per le riforme (sulla base di quanto previsto in Spagna e in Germania). Il premio alla lista è stato previsto a fronte del ventennale fallimento delle coalizioni, messe in piedi più per vincere che per governare. Chi obietta che a livello comunale e regionale le coalizioni funzionano omette di ricordare che in tali casi vige un fortissimo meccanismo di stabilizzazione dell’esecutivo (il cosiddetto simul simul). E allora si abbia il coraggio di affrontare la questione prendendo il toro per entrambe le corna, cioè colmando entrambe le differenze rispetto alle indicazioni della Commissione per le riforme. Lo si può fare, eventualmente anche attraverso appositi disegni di legge che viaggino in parallelo.

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