La nostra piazza per dare forza all’europeismo

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Si devono difendere i valori dell’Europa comunitaria dalla minaccia che ovunque in Italia e all’estero si rivolge contro l’europeismo

Oggi il Partito Democratico, e con esso il governo italiano, hanno una responsabilità in più: quella di difendere i valori dell’Europa comunitaria dalla minaccia che ovunque in Italia e all’estero si rivolge contro l’europeismo. Accade nel nostro Paese, dove ormai nessun partito tranne il PD rivendica l’Europa come orizzonte ideale e dove qualunque forza politica diversa dalla nostra è impegnata in un esercizio quotidiano di demolizione dell’ispirazione comunitaria. Ma accade anche al di fuori dei nostri confini nazionali, con i movimenti populisti che si rafforzano proprio nel rifiuto della solidarietà europea, e a ben guardare persino dentro la famiglia socialista.

Se infatti in tutti i principali paesi europei (Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna) i partiti progressisti sono in profondissima crisi elettorale e identitaria, è altrettanto vero che in alcune importanti aree dell’Europa centrale e orientale sono gli stessi partiti socialisti a partecipare alla nuova retorica dei muri e della critica all’integrazione comunitaria. Se dunque il PD è l’unica forza europeista rimasta in Italia – e il principale argine contro la tentazione dell’antieuropeismo all’interno della stessa famiglia socialista – è ancora più importante il senso della manifestazione di domani a Roma.

In quel richiamo “Un’Italia più forte per un’Europa più giusta” c’è il senso di una mobilitazione rivolta innanzitutto a restituire forza e vitalità all’europeismo italiano: sganciandolo da una retorica che ha avuto una sua nobilissima storia ma che oggi appare del tutto inadeguata a rispondere alle sfide di un’Europa che sia più vicina ai bisogni reali dei cittadini; promuovendo un esplicito collegamento tra i nostri interessi nazionali e gli interessi della casa comune europea, nel segno della crescita economica e della giustizia sociale; sostenendo lo sforzo del governo italiano a rendere tutta l’Europa – e non solo una sua parte – partecipe della gestione del fenomeno migratorio.

La polemica che in queste ultime ore arriva da Budapest, dove un governo già poco attento ai diritti civili e responsabile di una vergognosa campagna contro migranti e solidarietà europea ha pensato bene di richiamare l’Italia al rispetto dei vincoli comunitari, ci dice che l’impegno italiano sta cogliendo nel segno. Sollecitare i nostri partner europei a fare la propria parte nell’accoglienza dei profughi, subordinando esplicitamente a questa condizione il nostro consenso al bilancio comunitario, è il metodo più efficace per spingere tutti a prendere sul serio l’obbligazione che deriva dall’esser parte dell’Unione europea.

Lo stesso vale per il tema degli investimenti e della crescita: dove la partita che si gioca tra Roma e Bruxelles intorno al progetto di Legge di Bilancio riguarda certamente le nostre prospettive economiche, ma insieme a queste coinvolge più estesamente la direzione di marcia che l’Unione europea vuole percorrere per uscire dalle strettoie continentali dell’austerità e della crescita zero.

Mentre l’Italia, colpita ancora una volta dal sisma, pone a Bruxelles l’esigenza di poter dedicare parte degli strumenti di bilancio anche alla messa in sicurezza del territorio e del nostro patrimonio culturale, i temi dei migranti, della crescita e degli investimenti compongono una trama che chiama in causa la sostanza stessa della cittadinanza europea.

Perché l’europeismo non è mai stato un semplice stato d’animo, ma qualcosa di più complesso e importante: la modalità attraverso la quale nazioni che si erano combattute per secoli hanno trovato il modo di convivere e prosperare insieme, individuando ragioni materiali oltre che ideali per mettere in comune risorse economiche, sociali e democratiche.

Restituire forza, vitalità e concretezza all’europeismo – nella stagione storica della sua massima fragilità – è un compito difficile ma inevitabile. Soprattutto per un Paese come il nostro che dalla seconda metà del Novecento ha sempre fatto dell’Europa (presa sul serio) il segno del proprio futuro.

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