Il Nobel a queste ragazze

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L’iniziativa per il Premio per la pace alla squadra femminile delle cicliste dell’Afghanistan

La bicicletta merita un Nobel per la pace. Provano questa volata i conduttori della mitica Caterpillar di Radio2 (della serie: quando il servizio è davvero pubblico), Massimo Cirri e Sara Zambotti. Ne merita anche un paio e forse tre. Il primo Nobel per la bici in sé come mezzo di trasporto urbano più ecologico.

Con tante grazie a quel genio di Leonardo che nel 1490 la disegnò tra le sue strane “macchine” con due ruote, un’asse di legno che le teneva assieme, un manubrio e una specie di catena che collegava i pedali alla ruota posteriore; poi al barone Karl von Drais che 320 anni dopo inventò la Laufmachine, la “macchina da corsa” che i francesi addolcirono in “draisienne” e noi in “draisina” col manubrio a leva e un poggia-pancia per spingerla camminando da seduti; e quindi al fabbro scozzese Kirkpatrick MacMillan per il suo velocipede del 1839, e infine ai pionieri delle biciclette da città e da corsa, dei tandem e delle pieghevoli, a motore e mountain bike, elettrica e a pedalata assistita. Il secondo se lo merita in nome della ciclorivoluzione che può aiutare a mettere più ordine nel disordine mondiale, perché pedalando vediamo le città e il mondo da un’altra prospettiva e questo ci costringe a cambiare.

Il terzo Nobel va assegnato perché non c’è mezzo più pacifico e democratico a disposizione dell’umanità. Con Bike The Nobel si sostiene la candidatura al premio per la pace che viene assegnato ogni 10 dicembre a Oslo. La spinta arriverà da iniziative e “staffette a pedali” sostenute da ciclofficine, amatori, professionisti, e da quanti vogliono partecipare per vedere sul podio le atlete della squadra femminile della Federazione ciclisti dell’Afghanistan, rappresentanti di un angolo del Pianeta dove le libertà femminili e i diritti sono fanalini di coda ancora spenti, e i ciclisti corrono in un panorama di guerra e di terrore.

Con Caterpillar ci sono anche Vincenzo Nibali e la ciclista Paola Gianotti che partirà stamattina dalla sede Rai di Milano alla volta di Oslo per una duemila chilometri in dieci giorni attraverso le più lunghe e invidiabili piste ciclabili europee come i 400 chilometri lungo il Reno o i nuovissimi 5 dell’”Autostrada delle bibiclette” di Duisburg. Ci sono anche i parlamentari amici della bicicletta guidati da Ermete Realacci con Paolo Gandolfi, Mirko Busto, Giuseppina Castiello, Diego De Lorenzis, Vincenzo Garofalo, Gabriella Giammanco, Lia Quartapelle, Serena Pellegrino, Valentina Vezzali. E il Nobel alle due ruote può essere solo una suggestione oppure la molla per uno scatto politico e un salto culturale.

Se guardiamo la classifica delle migliori città mondiali a pedali (dal “Copenaghenize Index”) non troviamo italiane ma si applaude alle solite Amsterdam, Copenaghen, Utrecht, Siviglia, Bordeaux, Nantes, Anversa, Eindhoven, Malmo, Berlino, Dublino, Tokyo, Monaco, Montreal, Nagoya, Rio, Barcellona, Budapest, Parigi, Amburgo… Su 13 parametri (dalle infrastrutture per due ruote ai bike sharing e alla cultura della bicicletta) l’Italia è quasi tutta ferma ai nastri di partenza salvo casi di eccellenza. Eppure, sono almeno cinque milioni i nostri bikers, il 9% degli italiani (nel 2001 erano il 2.9). Alcuni confronti hanno cambiato tutto: auto immatricolate nel 2015 a 1.4 milioni circa e biciclette acquistate a 2.3. Questa sorpresa è iniziata nel 2012 (1.748.000 bici vendute a fronte di 1.450.000 automobili) e ha fatto salire a circa 30 milioni le biciclette possedute degli italiani, confermando il clamoroso sorpasso del tabù (per il codice della strada in corso di revisione che definisce le bici ancora “velocipedi”) sul totem dell’automobile. Non accadeva dal 1948, l’anno di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, altro cult nella disperazione del dopoguerra a due ruote.

È l’Italia che si allinea ad un fenomeno europeo dove il sorpasso sull’auto è ormai compiuto in 26 nazioni su 28 (resistono Belgio Lussemburgo). Sono al top le vendite di biciclette in Germania (3.9 milioni circa all’anno), Gran Bretagna (3.6), Francia (2.8), e per la prima volta non c’è solo il solito centro-nord Europa dove i cittadini per cultura e tradizione salgono sulla bicicletta, ma troviamo anche l’Italia che ora deve uscire dall’anno quasi zero delle infrastrutture leggere. Siamo il Paese con le condizioni atmosferiche ideali per la mobilità ciclistica ma largamente impreparato al boom e con la mobilitá più scassata e inquinante del continente. Noi, per dire, possiamo contare su poco più di 3.000 km di piste ciclabili contro i 40.000 della Germania, i 17.000 dell’Inghilterra, e le nostre piste sono tutte concentrate paradossalmente al centronord più piovoso e nebbioso. Oggi gli spostamenti urbani fatti in bici sono appena lo 0,6 per cento del totale. Eppure fino a 5 km la bici è il mezzo vincente, il futuro della mobilità cittadina. Ci crede comunque, e non è poco, il ministro-ciclista Graziano Delrio e c’è un bel gruppo di mischia di amministrazioni comunali dove quotidianamente a due ruote tanti vanno da casa al lavoro a scuola al mercato al parco: da Treviso a Ferrara, da Pesaro a Bolzano, da Reggio Emilia a Firenze.

Ci sono progetti come il GRAB Grande Raccordo Anulare delle Bici a Roma o la ciclovia lungo il Po e il giro d’Italia lontani dal traffico e dallo smog dall’Adriatico al Tirreno. Usiamo, insomma, anche il Nobel per la pace alle biciclette come grimaldello a pedale per dire basta al predominio culturale e fisico degli ostacoli urbani alla mobilità più pulita così come ai soprusi e alle violenze nel mondo. Accompagneremo anche noi Caterpillar in questo viaggio. Recita un antico proverbio afghano: “Se stai seduto, altri saranno seduti. Se stai in piedi, altri saranno in piedi”. Aggiungiamo che se pedaliamo forse ce la faremo a tagliare qualche piccolo grande traguardo.

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