Il No agli immigrati rende l’Italia più isolata e fragile

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Non credo che tutte quelle persone a Goro siano razziste o xenofobe

Il corpicino di un bimbo morto adagiato su una spiaggia turca o il volto ferito e coperto di polvere di una bimba sfuggita ai bombardamenti ad Aleppo, sono immagini che hanno commosso il mondo. L’appello di Papa Francesco a costruire ponti anziché erigere barriere ha toccato le coscienze anche di quanti non sono credenti. Immagini e parole che ci raccontano di un’emergenza umanitaria che ci riguarda sempre più da vicino. Da spettatori a testimoni diretti, una differenza sostanziale che ci rimette tutti in discussione.

Un mutamento che richiederebbe una classe dirigente consapevole e unita nell’affrontare questo tema ormai cruciale. Non esiste una risposta univoca all’esodo di milioni di persone in fuga da guerre, persecuzioni e mutamenti climatici. Si tratta di un fenomeno planetario che riguarda oltre sessanta milioni di persone e al quale nessun Paese può pensare di rispondere da solo . Per questo demagogia e populismo andrebbero banditi. Una raccomandazione che rimane inascoltata da chi soffia sul fuoco della paura, evocando invasioni inesistenti.

Da anni l’Italia è in prima linea con grande coraggio e impegno. Una scelta di cui andare fieri ma che “stressa” il nostro sistema di accoglienza, sottoposto a uno sforzo enorme rispetto al recente passato. È bene quindi che il nostro Paese insista in sede europea e ONU affinché questo sforzo sia condiviso per garantire le tutele e l’assistenza migliori possibile ai profughi. In questo confronto l’Italia ha trovato sicuramente un alleato in Obama mentre il dialogo in Europa ha segnato una impasse a Bratislava.

Uno stallo che la Lega ha colto tentando di indebolire la posizione negoziale dell’Italia. Sostenendo ad esempio manifestazioni come quelle del piccolo centro nel Ferrarese, che sembrano dare ragione in Europa ai governi contrari a farsi carico di una politica di accoglienza condivisa. Una tattica che finisce con il ritorcersi contro quelle stesse comunità che la Lega sobilla per calcolo elettoralistico. Una lavorio cinico che mira ad instillare la paura nelle persone, fino a indurre dei cittadini a fare barriere contro l’arrivo di dodici donne.

Cittadini che immagino si siano anche loro commossi nel vedere quelle immagini da cui sono partito o che riconoscono nel Papa la loro guida spirituale. Non credo insomma che tutte quelle persone siano razziste o xenofobe. Etichettarle così sarebbe un errore e significherebbe non vedere la questione nella sua complessità. Una parte di esse lo sarà anche, ma la maggior parte di loro credo che sia composta da persone comuni e impaurite, che hanno subito un “bombardamento” propagandistico tale da indurle a temere per se stesse e i loro cari anche in assenza di un reale pericolo. Questa non è una giustificazione, quella manifestazione resta una barbarie. Temo però che quanto accaduto possa ripetersi ovunque in assenza di risposte rapide e puntuali. In tal senso lo sforzo del governo italiano è condivisibile e trova forma concreta attraverso le recenti disposizioni che mirano ad allargare la platea dei Comuni coinvolti nella rete di accoglienza, con criteri maggiormente condivisi e adeguati alle caratteristiche delle comunità coinvolte. Resta il nodo politico culturale cui la Lega si sottrae.

Ovvero di comportarsi da forza politica responsabile – che non significa tacere – ma condividere lo sforzo che l’Italia compie in questa fase storica in nome di una umanità che non dovrebbe conoscere differenza nel colore politico. Una civiltà che, se saprà trasformare l’accoglienza in integrazione, gioverà socialmente ed economicamente all’intera comunità come ci dicono ormai da anni tutti i più importanti istituti indipendenti di ricerca. Una sfida questa su cui la Lega rifiuta di misurarsi perché ideologicamente contraria, confermando una visione anacronistica che renderebbe l’Italia più isolata e fragile, incapace di vincere le sfide future che la globalizzazione ci pone dinnanzi.

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