Il nepotismo a Cinque Stelle è diverso. Gli manca la parola

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Arrivo di Stefano Vignaroli e Paola Taverna in Campidoglio per la prima riunione della nuova Assemblea Capitolina. Roma 7 Luglio 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

La vicenda che ha coinvolto la senatrice Paola Taverna e il suo compagno ricorda quei ragazzi che andavano a giocare al campetto e quando si stancavano se ne andavano e portavano via il pallone

La senatrice M5s Paola Taverna è stata al centro di una polemica “familiare”.

Il suo fidanzato, al secolo Vignaroli Stefano, ha ottenuto un ruolo all’interno del mini direttorio romano. Ora, la polemica a Lei non l’ha neppure sfiorata, altro che infastidita. Ha dichiarato “non me ne frega niente”, in quanto il soggetto in questione è competente.

Non fa una piega, il discorso è di una logica impeccabile. Una persona “brava” non può essere penalizzata solo perché “parente del potente”.

La cronaca racconta, che il 30 giugno dello scorso anno, quando il governatore della Puglia, Michele Emiliano, nominò la sua compagna come portavoce, si verificò una “botta di onestà” del popolo sovrano a 5 Stelle: “inopportuno nei limiti della liceità”.

Cara Paola Taverna, Lei è del popolo per cui ci consente il confidenziale, il metro per valutare l’onestà nella politica lo ha portato Beppe Grillo, sorge il dubbio che serve solo per misurare gli altri.

Questa storia mi ha fatto ricordare quando da piccoli si giocava a calcio nelle strade deserte, in assenza di automobili. C’era uno, sempre lo stesso, che portava il pallone, lui decideva le squadre, i migliori li prendeva con lui, stabiliva anche chi poteva giocare, e quando si stancava andava via, lui con tutto il pallone.

Lei può anche dire “non me ne può frega’ de meno”, con un fidanzato competente e ben inserito nella sala dei bottoni.

La sorpresa, viva e vibrante, è il popolo a Cinque Stelle, almeno quello che ha fidanzate, parenti ed amici “belli e bravi”, che mestamente accetta la logica de “l’amico parente del potente”.

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