Il motore sempre acceso del Partito della ragione

Leopolda 2015
Italian Prime Minister, Matteo Renzi, talks during the convention "Leopolda" in Florence, Italy, 11 December 2015.
ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

L’avversario è l’antipolitica fascistoide del “tutti a casa”

Il motore della rottamazione deve rimanere sempre acceso: e quando toccherà a noi, tanto meglio, perché la politica non è un mestiere ma un servizio, e per essere tale deve sempre pensare e agire in grande – “go big or go home”.

Si potrebbe forse riassumere così il succo politico del discorso con cui Matteo Renzi ha concluso ieri la sesta Leopolda, la Leopolda “di lotta e di governo” che, dopo un avvio tentennante per le violente polemiche sulle banche e gli attacchi a dir poco ingenerosi a Maria Elena Boschi e alla sua famiglia, sembra aver ritrovato lo smalto e l’energia dei tempi migliori.

La Leopolda definisce uno spazio umano e politico condannato al movimento perpetuo, all’innovazione e alla messa in discussione anche di sé, alla capacità rabdomantica di cogliere i mutamenti, accompagnarli, guidarli: se viene meno a questo compito, se perde questa sensibilità, perde la sua ragion d’essere.

Siamo stati abituati ad una politica che elogiava ipocritamente la mediazione e il compromesso – due gesti nobili dell’agire umano – per alimentare l’autoperpetuazione di sé e la stagnazione del Paese. Il renzismo – come modalità prima ancora che come progetto politico e movimento generazionale – rovescia questa impostazione per restituire alla politica il suo primato: cioè la sua capacità di decidere e di fare le cose.

Che altro è la “crisi della politica” di cui si parla da anni, e spesso a sproposito, se non l’incapacità di produrre risultati, la deriva autoreferenziale, la subalternità impaurita alle burocrazie, alla magistratura militante, alla casta sindacale, al circo mediatico, ai mille piccoli poteri corporativi? Che altro è il populismo grillino e neoleghista se non l’espressione più matura, sebbene profondamente infantile, di una motivata sfiducia nell’inconcludenza di una classe dirigente inamovibile quanto incapace?

Il risultato storico del renzismo – la rottamazione di una gerontocrazia che aveva imballato il Paese, come ha rivendicato il premier ieri – è un regalo all’Italia perché è un regalo alla politica, cioè all’ambizione umana di controllare e guidare, per quanto possibile, il proprio destino di comunità.

La rottamazione (Renzi ha ricordato come l’espressione sia nata quasi per caso, e come frutto di un’autentica, insopprimibile arrabbiatura per il declino dell’Italia) non può e non deve arrestarsi perché non significa soltanto né soprattutto rinnovamento generazionale, ma è prima di ogni altra cosa un metodo: la politica come decisione e come servizio, come visione e come azione.

Si tratta di un punto essenziale: quando Renzi ironizza sul “complottismo” – la colpa è sempre di qualcun altro – e insiste ossessivamente sulla “responsabilità”, indica il salto di qualità necessario a tutti, sostenitori e avversari, per restituire dignità al dibattito pubblico.

Dall’altra parte della barricata c’è non per caso l’antipolitica: che non è, come generosamente concede qualcuno, la critica dei limiti e dei ritardi e delle insufficienze, ma un attacco insidioso e spietato ai fondamenti della convivenza civile. L’antipolitica infatti si propone programmaticamente come intollerante, eleva il vaffa e la ruspa a simboli identitari e a metodi di lotta quotidiana, delegittima ogni regola e ogni istituzione rifiutando di accettarne la necessaria terzietà, e abroga il principio di responsabilità dietro un generico, fumoso e fascistoide “tutti a casa”.

E’ questa la vera battaglia in corso: dopo lo scontro fra berlusconismo e antiberlusconismo che ha segnato il ventennio della Seconda repubblica, oggi si scontrano il partito della rabbia e del rancore e il “partito della ragione” – che non cancella le differenze fra destra e sinistra, lasciandole semmai al dibattito un po’ stucchevole di chi non riesce a distogliere lo sguardo dal Novecento, ma le rinnova e le restituisce all’urgenza del presente.

Le “mille Leopolde” annunciate ieri da Renzi non sono una trovata per le campagne elettorali a venire, né tantomeno il lancio di un improbabile “esercito di Matteo”, ma l’articolazione possibile di quel “partito della ragione” che dovrà vincere le prossime elezioni contro Grillo e Salvini non con la propaganda, ma con la mobilitazione delle forze migliori – cioè, in buona sostanza, di chi scommette sul successo e non sul fallimento dell’Italia – intorno ad un’azione di governo che, per definizione, può essere efficace soltanto se in grado di rivolgersi a tutto il Paese.

Il “partito della ragione” è più grande del Pd perché, come ha detto ieri Renzi, “le bandiere del Pd le portiamo nel cuore” e dunque, potremmo aggiungere, possiamo senza paura aprire i recinti e togliere gli steccati. Questo, del resto, è sempre stata la Leopolda: un campo di forze, non una camicia di forza; un’apertura e un movimento, non una setta; e un motore sempre acceso.

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