Il modello Milano, oltre la contrapposizione riformisti-radicali

Amministrative
Giuseppe Sala e Giuliano Pisapia alla conferenza stampa di presentazione del Padiglione della Veneranda Fabbrica del Duomo per Expo2015 con la riproduzione della Madonnina, Milano, 7 aprile 2015.  ANSA/STEFANO PORTA

Significativa la convergenza tra Sala e Pisapia, uno dei leader più prestigiosi della sinistra radicale

Claudio Petruccioli, con la consueta lucidità, in un’intervista al Mattino, svolge alcune interessanti considerazioni sulla vittoria di Beppe Sala a Milano. Lì, dice Petruccioli, si è realizzato “un capolavoro assoluto”, per merito del candidato, del Pd ma “soprattutto di Giuliano Pisapia” in grado di trasferire il consenso di una buona amministrazione “su un candidato nuovo”.

A Milano ha vinto un modello virtuoso, in grado di superare una contrapposizione tutta ideologica tra riformisti e radicali. Ed è significativo che ciò sia avvenuto per la convergenza tra uno dei leader più prestigiosi della sinistra radicale e del candidato considerato il più renziano di questa tornata amministrativa. Segno che chi indicava in Sala il candidato di un fantomatico (e per fortuna inesistente) “partito della nazione”, simbolo di uno spostamento a destra del Pd, non aveva capito nulla.

Al di là del suggerimento di Petruccioli a Matteo Renzi di chiedere a Giuliano Pisapia di fare il vicesegretario del Pd, che non sappiamo quanto praticabile, conviene riflettere sulla lezione milanese. Converrebbe al Pd, alla maggioranza come alla minoranza. All’ombra della Madonnina, sotto la regia intelligente di Maurizio Martina, i democrat hanno costruito un gruppo dirigente giovane e radicato nella città e dato vita a primarie vere, combattute e inclusive. La strada per rispondere alle sconfitte non è tornare indietro, ma andare avanti sul piano del rinnovamento del partito. Dove il Pd lo fa è vincente, dove si presenta come un coacervo di correnti, potentati e capibastone perde clamorosamente. Cambiare il partito non è un fatto organizzativo, ma una scelta eminente politica, forse la più politica di tutte: solo un partito aperto, capace di inventare nuove forme della politica, può tornare ad essere una comunità che vive nella società, ne intercetta i disagi ed è quindi in grado di orientare l’azione riformista del governo.

Ma Milano parla anche a quella parte della sinistra radicale che non accetta di finire fagocitata dal M5S o dai napoletanos di De Magistris. La sua funzione, quale che sia la forma che assume il centrosinistra, può essere utilissima per realizzare una sintesi tra innovazione e attenzione ai più deboli che è la chiave vincente dell’esperienza milanese. Le periferie non si risanano con la demagogia, ma con atti concreti di governo: ricucitura urbana e risanamento degli edifici popolari, trasporti, decoro, scuole, centri culturali e le risorse si trovano solo se c’è sviluppo. Non aveva senso contrapporre l’Expo al disagio bensì, al contrario, ha senso usare i vantaggi della nuova capacità attrattiva e competitiva di Milano per renderla più inclusiva e solidale. Ecco un programma insieme riformista e radicale: un New Deal, nazionale e locale, che faccia del risanamento delle periferie lo strumento per lottare contro le diseguaglianze che oggi si concentrano nelle grandi metropoli. Sarà molto interessante a questo proposito confrontare tra qualche mese i risultati raggiunti a Milano e quelli conseguiti a Roma. Il populismo non si combatte lisciandogli il pelo, ma dimostrando di essere in grado di fare crescere e modernizzare il paese proprio per rispondere alla sofferenza dei ceti più deboli, e presentando classi dirigenti credibili e radicate.

La lezione politica milanese indica anche che, come diceva ieri sull’Unità Mario Tronti, la sinistra ha un destino unico. Matteo Renzi ha conquistato sul campo la leadership (altro che abusivo!) che ora deve però farsi più inclusiva non per tornare a vecchie pratiche correntizie ma per dare al riformismo la possibilità di conquistare la maggioranza degli italiani.

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