Il mio 1989, tra il vecchio mondo e l’illusione del cambiamento

Politica
bolognina

Il segretario della “svolt a” che chiuse l’esperienza del Pci interviene nel dibattito aperto da De Giovanni e spiega che alcune utopie si spensero presto, ma altre sono ancora necessarie

Ho trovato il saggio di De Giovanni, come sempre, stimolante. Non si può non convenire sul fatto che il mondo scaturito dal mutamento epocale dell’ottantanove abbia lasciato sul terreno giganteschi problemi aperti e illusioni svanite nel nulla.

Tuttavia, sia pure per sommi capi, mi permetterei di sottolineare due distinzioni nella categoria, a mio avviso insufficiente, di “illusione”, col precisare, in primo luogo, che non tutti hanno coltivato le stesse illusioni, come mostra chiaramente il dibattito in corso. Per esempio, sulle guerre del golfo, Macaluso e Paolo Mieli non hanno nutrito le stesse illusioni. In secondo luogo ritengo sia opportuno distinguere tra illusioni e diversi progetti che, per quanto irrealizzati, sono tuttora attuali, come ad esempio quello del superamento dell’attuale Europa dominata dai grandi poteri finanziari, per riprendere il cammino che conduce verso gli Stati Uniti d’Europa. Anche questa è stata una grande illusione di Spinelli e Delors, che tuttavia rimane un progetto politico.

Nell’89 prima di illuderci avevamo il problema di capire cosa stava succedendo. E la vera distinzione passava tra chi si attardava nel vecchio mondo e chi vedeva che tutto sarebbe cambiato. Naturalmente anche chi vedeva con chiarezza il crollo del vecchio non poteva immaginare quale sarebbe stato il mondo di domani. Una simile richiesta profetica fatta alla politica è del tutto in contrasto con la più moderna epistemologia, che sottolinea il peso ineludibile della probabilità e del caso. E si complica ancora di più in politica dove gli eventi futuri sono determinati dai diversi atteggiamenti degli attori in campo, dai loro rapporti di forza e dall’imprevedibile intreccio tra soggettive volontà progettuali e situazioni predeterminate. L’illusione di potere esportare la democrazia in tutto il mondo sotto il duplice vessillo del “rule of Law” e del libero mercato, magari con l’aiuto di cosiddette guerre giuste, non ci ha certo accomunati. Anzi, subito dopo l’89 l’aver respinto la validità di quell’ipotesi ci ha fatti condannare come vetero terzomondisti.

In quel caso gli illusi non eravamo certo noi. Da quanto ho detto ricavo l’avvertenza di sottolineare , più che una ipotetica capacità di previsione sul lungo periodo, la capacità di individuare con precisione quanto sta succedendo. Ed è quello che ci è capitato di fare in quel drammatico momento della storia. Concordo completamente con De Giovanni quando sottolinea il significato storico-epocale della distruzione del Muro. affermando che significato metaforico e atto reale hanno coinciso perché con “il Muro abbattuto a colpi di piccone cadeva la realtà che aveva strutturato la storia del Novecento, quella che aveva avuto inizio nel 1917 e dato forma alla vicenda contrastata e drammatica di quasi un secolo.”

Giustamente De Gionanni mette l’accento sul fatto che la fine di quella divisione del mondo ha per davvero chiuso il secolo e che il pensiero sul mondo era stato ancorato a quella divisione. Credo sia utile ricordare che la nostra forza politica fu l’unica a comprendere la novità epocale e a dire, poche ore dopo la caduta del Muro, le stesse cose giustamente sottolineate oggi da tutti. Facemmo tutto velocemente, e questo credo sia stato il principale merito della nostra azione politica. La tensione morale, la rapidità di giudizio e la fermezza nelle decisioni, in quei giorni, ci accompagnarono in modo miracoloso.

Ripensandoci, mi viene quasi un senso di vertigine, perché fu una vera corsa con il tempo, per non rimanere sotto le macerie. In poche ore dichiarai la fine di un’epoca, il mutamento di tutti i tradizionali punti di riferimento. Dissi immediatamente che il mondo del dopo Yalta, della suddivisione in due campi opposti era finito, e questo ancor prima del crollo dell’Urss. La velocità di comprensione del significato dell’evento era accompagnata dalla rapida valutazione della portata storica della caduta del Muro a livello mondiale. Nel parlare dell’esigenza di un «nuovo inizio» vedevo non solo l’ineluttabilità della fine dell’Unione Sovietica, ma anche lo sconvolgimento di tutti i parametri interpretativi della realtà mondiale. Cito un caso che mi sembra rappresentativo.

Fin dall’incipit della mia relazione al Comitato centrale sulla svolta dichiarai: «La questione tedesca andrà affrontata in un contesto del tutto nuovo. Se è vero che occorre tenere i nervi a posto, è anche giusto prendere in considerazione le prospettive dell’unificazione tedesca». Poco prima Andreotti, allora Presidente del Consiglio, aveva detto invece che amava tanto la Germania da preferire che ce ne fossero due. E non era il solo, in Italia e in Europa, a pensarla così. In realtà non tutti capirono per davvero che cambiava il mondo, e molti, negli anni successivi, continuarono a pensarla alla vecchia maniera. Noi ci collocammo più avanti, sia nella rigorosa impostazione europeista sia nella richiesta di una nuova governance democratica del mondo, che scongiurasse gli esiti verso il passaggio ad una sola potenza al comando, messi in luce da De Giovanni, e parzialmente corretti dal multilateralismo di Obama.

Con questo spirito chiedemmo subito l’entrata nell’Internazionale socialista e poco dopo fui tra i fondatori del Partito del socialismo europeo. È forse poca cosa per chi veniva da un partito considerato sconfitto dalla storia? Noi ci ponemmo insomma all’avanguardia dell’innovazione politica e istituzionale, ed è stato un vero peccato che invece di valorizzare i nostri meriti si sia aperta una sorda lotta di denigrazione e di disconoscimento. Le ali della svolta furono ben presto bagnate e il suo spirito sfigurato. Si è trattato di una stravagante dissipazione di energia culturale e politica che ha favorito gli avversari. E di questo sono veramente disilluso. Perché si poteva benissimo avere approcci diversi sui rapporti con le altre forze politiche, cosa che avveniva anche dentro il Pci, ma mantenendo intatta la tensione unitaria e l’orgoglio, non privato ma collettivo, per i meriti acquisiti proprio sul terreno della valutazione culturale. De Giovanni parla di illusione di Occhetto.

Ma la vera illusione non stava nell’ambito di chi vedeva il nuovo che emergeva, ma nel volere rimanere nello stesso tempo innovatori e legati al vecchio mondo. So che De Giovanni, a questo proposito, la pensa nello stesso modo. Le diverse scelte politiche che si sarebbero dovute fare dopo la svolta sono tutte opinabili e mi sembra che facciano parte di uno stanco dibattito politico interno, che non interessa più nessun o. Storicamente la scelta che conta è stato il passaggio del più grande partito comunista dell’Occidente al campo del socialismo democratico. Il resto è cronaca . Tuttavia occorre sottolineare che l’aver previsto e voluto l’unificazione della Germania non comportava prevedere le politiche della Germania unificata, le posizioni della Merkel come dominus di un’Europa tecnocratica.

Oggi concordo con De Giovanni e con Galli della Loggia quando parlano di un’Europa in crisi per un deficit di politica. E che, come dice sempre Galli della Loggia, la Germania sia il caso più evidente di questa incapacità di pensare se stessa politicamente. «Cerca, per dir così, di sgraffignare qualche punto di pil, qualche pezzo di industria qui e là, ma non riesce, anzi, neanche le viene in mente di costruire un’egemonia politica. Si accontenta della sua supremazia economica in Europa». Ben detto, anche quando afferma: «è ovvio, non si può costruire un’egemonia politica sull’austerità. Si può risanare una congiuntura, può darsi che sia necessario farlo, ma è chiaro che non è quella la base su cui si può fondare un’egemo nia politica».

Nello stesso tempo sono convinto, anche io, che, come dice De Giovanni, quanto è accaduto in Europa sia così decisivo da mutarne la forma e da costituire quasi un nuovo inizio. E che «la riunificazione della Germania nel 1990, e il coinvolgimento, lungo i decenni successivi, nell’Unione europea, della maggior parte degli stati post-comunisti» cambiava «la dimensione del processo di integrazione» realizzando «l’unificazione del continente fino ai confini della Russia.» Tuttavia gli attuali limiti politici danno ragione a Jacques Delors allorquando affermava la necessità di consolidare le strutture istituzionali dell’Unione prima di espanderne i confini. Ma, anche a questo proposito, non ci trovavamo di fronte a illusioni, ma a scelte diverse, apertamente discusse dentro il Parlamento europeo. Tutto ciò per dire con De Giovanni che il mondo che ci ha lasciato in eredità la caduta del Muro è irriconoscibile, e che, in buona sostanza tutti ci siamo trovati a navigare in un mare che non conoscevamo. A livello internazionale e a livello nazionale. Lo sgretolamento di quella poderosa armatura bipolare dentro cui era diviso il mondo, rompendosi, ha liberato energie positive, ma anche molte forze sotterranee negative, tra le quali emergono i fondamentalismi, i populismi e il terrorismo. E, in Europa, uno sconvolgente neo-nazionalismo. Lo confesso: il giorno della caduta del muro non ho visto, al di là di quelle rovine, tutto questo.

Ma chi l’ha visto, si faccia avanti. Lo stesso vale per quanto è accaduto in Italia. La realtà in cui siamo stati chiamati ad agire era completamente diversa. Non solo perché, come dissi allora, la campana del nuovo inizio non suonava solo per i comunisti ma per tutti; ma anche perché l’avvento di “Mani pulite” – reso ineluttabile dalla effettiva corruzione e dalla latitanza della politica- è stato, a sua volta, un portato del crollo del vecchio mondo, e ha lasciato sul terreno una realtà politica profondamente sconvolta. La portata di quel cambiamento mi è ben chiara, perché so benissimo di aver pensato la svolta prima dello sconvolgimento giudiziario. Improvvisamente i soggetti politici che avevamo di fronte non erano più gli stessi. Non è un caso che, prima che Martelli fosse azzoppato con il “conto protezione”, avevamo avviato con lui, nelle pubbliche piazze, un processo positivo che avrebbe aperto la strada a una nuova politica unitaria. Successivamente tutto precipitò dentro un buco nero da cui emersero nuove forze, nuovi linguaggi e modi di intendere la politica. Solo uno stanco politicismo ha continuato a giudicare gli eventi con il bilancino del vecchio sistema politico.

Nella frase in cui il nostro autore parla della mia illusione, che mi sono permesso, almeno in parte, di correggere amichevolmente, c’è tuttavia un’affermazione generale che condivido, e alla quale vorrei dare una mia conferma basata sull’esperienza. Dice De Giovanni che in quegli anni ci sono state due anomalie «ambedue frutto della data fatale: la distruzione giudiziaria del sistema politico e l’irrompere del berlusconismo, con effetti perfino “liberatori” del vecchio consociativismo.

L’illusione di Occhetto fu, appunto, una illusione, e la sconfitta del nuovo partito postcomunista, nel 1994, non fu responsabilità delle sue eventuali insufficienze, ma risultato obbiettivo di una situazione cui sarebbe stato assai difficile opporre una strategia vincente. Per l’Ita – lia, il 1989 è stato un vero e proprio mutamento di sistema, su cui è inutile aggiungere analisi ulteriori.» Sono anche io convinto che nelle varie valutazioni ci si è ostinati a non mettere al centro dell’analisi politica il dato fondamentale, cruciale, direi epocale: il crollo della Prima Repubblica sotto i colpi di Mani pulite e della questione morale. Nel ‘94 lo schema della battaglia politica era ormai del tutto nuovo e profondamente diverso dal passato, quando dominavano le trame dei vecchi partiti.

Come ho già altre volte sottolineato prima di quel crollo, nel tentativo di dar vita a una sinistra di governo che contrapponesse l’insieme della sinistra alla Dc, fui io a chiedere a Craxi di uscire dal pentapartito per creare le condizioni di una alternativa credibile, cui Craxi oppose un netto ma garbato rifiuto. La leggenda secondo cui eravamo noi anon essere disponibili a dar vita a una nuova sinistra capace di garantire, con i socialisti, il governo del paese, è ampiamente contraddetta dai fatti. La nostra contrarietà a Craxi stava proprio nel fatto che era lui ad opporsi a questa prospettiva per rinchiudersi nella fallimentare politica del pentapartito. Politica che portò alla rovina lo stesso Psi. Io avevo pensato, come dicevo, la svolta prima di Mani pulite; dopo, vennero meno i nostri principali interlocutori politici. Non fui certo io a liquidare il Psi, ma la scelta di Craxi di attardarsi nel pentapartito.

È in questo quadro che vanno valutati gli eventi del ‘94 . Si può discutere molto sulle vicende che riguardarono il governo Amato, il governo Ciampi e altri aspetti del tutto secondari che appassionano la politologia di maniera come la fatidica corsa al centro. Il fatto storico dominante, che spazzò via tutte queste considerazioni, è che l’operazione Mani pulite, asfaltando il sistema dei partiti della prima Repubblica, aveva liberato milioni di voti che non si sentivano più rappresentati. Il colpo da maestro di Berlusconi, preparato da un insieme di forze che lo indussero ad entrare in campo, fu quello di rappresentare gli interessi delle vecchie classi dominanti in combutta con il dilagante giustizialismo antisistema, rappresentato dalla Lega e dalla destra estrema. In questa situazione i vecchi partiti furono travolti tutti, e noi, che pure eravamo gli autori di una svolta di portata storica, eravamo considerati parte integrante della prima repubblica. Tuttavia noi non solo ci salvammo, ma guadagnammo, come Pds, il 4 per cento in più dei voti: un milione e settecentomila voti in più anche rispetto a quanto presero i Ds dopo le mie dimissioni.

Proprio in base a queste considerazioni non mi sono dimesso in seguito al risultato delle elezioni politiche. Non avevo nessuna intenzione di dimettermi, prima delle successive elezioni europee. La stessa votazione per il Presidente del Senato, persa per il solo voto di un trasformista e per la conferma non dolosa di un voto nullo, mi dimostrava che la partita era ancora aperta, come avrebbero dimostrato gli eventi successivi. Non solo: pur non essendomi candidato come premier alternativo andai la sera stessa del risultato in TV a sostenere che Berlusconi era il nuovo capo del governo, interpretando, anche contro il mio interesse personale, il voto in chiave rigorosamente bipolare. Contro il mio interesse personale, perché in base al vecchio sistema dei partiti, con quel 4% in più ero un vincitore. Una volta era sufficiente guadagnare lo 0,5% di voti per esporre la bandiera al balcone di Botteghe oscure, dove il segretario di partito pronunciava calorosi discorsi di giubilo, salutando la folla esultante. In sostanza ci siamo improvvisamente trovati dinnanzi a una convulsa ondata populista capace di dare contemporaneamente voce alle paure dei conservatori e ai furori iconoclasti degli anti-sistema e dei giustizialisti di ogni risma. E Berlusconi, l’uomo di Craxi, sostenuto finanziariamente dal vecchio sistema, venne collocato trionfante sul trono, alla testa dei giustizialisti! Davvero una beffa della storia. Noi non eravamo preparati ad intercettare quell’ondata populista. Non solo per le nostre colpe, ma anche per i nostri meriti. Non eravamo, se non in parte, il vecchio sistema, e non eravamo attrezzati per mettere su, in tempi strettissimi, un nuovo sistema di relazioni politiche insieme innovatore e di sinistra. Ma non eravamo, in nessun modo, una forza populista. In quel momento storico quella ondata d’ur to non poteva essere rappresentata da noi e non poté essere portata al governo dalla sinistra. Ma i nostri argini avevano resistito.

Il glorioso Partito socialista era ridotto al 2%. I Popolari, cioè la vecchia Dc, mordevano la polvere. Se avessero resistito all’ondata d’urto avremmo potuto dar vita a un governo di coalizione, come io avevo prefigurato, presieduto da Ciampi. Invece il segretario dell’unico partito che, non solo aveva retto a quello tsunami, ma era andato avanti fu considerato l’unico responsabile dell’avvento di Berlusconi. Davvero incredibile. Mi rendo conto dell’eccessiva presenza autobiografica in questa, piccola ma doverosa, parte del mio intervento: ma in realtà è stata una esperienza di tutti, e l’autobiografia, di cui farei volentieri a meno, è resa necessaria dal fatto che non si è voluta assumere una responsabilità collegiale, né da parte del mio partito, né degli altri partiti sconfitti. Tuttavia rimane vero, sia per ciò che mi riguarda, sia in generale, quello che sottolinea il De Giovanni a proposito di una utopia irrealizzata, o, direi, più precisamente, di diverse utopie irrealizzate. Perché non tutti hanno nutrito la stessa tensione progettuale verso il futuro. Chiediamoci dunque, in sede di bilancio storico: in ciò che si è presentato come utopia irrealizzata, che cosa si può ancora indicare come progetto per il futuro e che cosa era una strada radicalmente errata? Mi rendo conto che non daremo tutti la stessa risposta. La riabilitazione della democrazia politica pluralista, ad esempio, si è in gran parte realizzata. Ma è stata proprio la sua imperfetta e parziale diffusione a proporci, in modi del tutto inediti, il ripensamento della democrazia stessa, e a riprendere le mosse dalla geniale intuizione del Toqueville sulla democrazia autoritaria o, se si vuole, sulla dittatura democratica. Concordo ancora con De Giovanni là dove afferma che, agli albori del XXI secolo, e soprattutto dopo il settembre 2001, il nuovo equilibrio, che molti, ma non tutti, aggiungo io, cercavano in una contemporanea espansione del libero mercato e della democrazia, «è messo in discussione da molti elementi materiali che mettono in crisi la virtualizzazione del mondo cui esso, lo sapesse o no, tendeva.»

Oggi ci troviamo di fronte i vari fondamentalismi, le guerre di religione interne all’Islam e guerre dissimmetriche globali. Dice giustamente De Giovanni: «L’aspetto utopico del 1989, riavvicinamento di tutti e pace mondiale, egemonia dell’Occidente vincente, espansione della democrazia, si è esaurito. In un certo senso è avvenuta la medesima cosa che in Italia: la fine dell’Unione sovietica non ha reso il mondo unipolare con la vittoria, per dir così, del vincitore americano, ma ha disseminato il mondo di vari sovrani sia pur tenuti insieme, fino a un certo punto, dall’unificazione del mercato e del commercio.» Ma chiediamoci: questa illusione non si fondava forse su un’ipotesi sbagliata: quella dell’unificazione del mondo sotto l’egemonia dell’Occidente e l’esportazione, anche armata, della democrazia? In Italia, inoltre, si è notevolmente appannata l’illusione, che è stata anche mia, che, una volta rimosso il fattore K, e introdotto un nuovo sistema istituzionale, fosse possibile una democrazia dell’alternanza tra un’area moderata e una di sinistra rigenerate, e capaci di portare il confronto a un livello più alto. Che, a ben vedere, era stato lo stesso obiettivo che si erano proposti Berlinguer e Moro, attraverso la fase meramente transitoria, e funzionale all’alternativa, del compromesso storico. Tuttavia, tutte queste tensioni utopiche possono cercare e trovare, sia pure in modi diversi, nuovi sentieri? Io chiamo questa ricerca: utopia del possibile. O se si vuole dell’auspicabile. Se no, in mancanza di questo, non ci resta che leccarci le ferite e piangere sulle illusioni versate. Non vorrei illudermi ancora una volta: ma credo che su questa, come su altre cose, il mio amico De Giovanni ed io possiamo trovarci d’accordo.

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