Il millennio della speranza è diventato l’età della diseguaglianza

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La classe media occidentale spesso è stata asfaltata dalla crisi, e l’Italia non fa eccezione

Alcuni osservatori, nel commentare le stragi e le ondate di violenza che ci stanno avvolgendo in una spirale senza fine, hanno parlato di età dell’incertezza: tutto diventa labile, senza prospettive, tragicamente imprevedibile. A prescindere dagli atti terroristici, l’incertezza che connota questo scorcio di secolo nasce soprattutto dall’aumento delle diseguaglianze. Quasi tutto quello che di misterioso e affascinante la tecnologia rappresentava nei sogni degli esseri umani in questo nuovo millennio non si è realizzato e la separazione netta tra i pochissimi ricchi e i moltissimi poveri si è ampliata a dismisura; la classe media occidentale, negli Stati Uniti e in Europa, spesso è stata asfaltata dalla crisi.

E non fa eccezione l’Italia, come dimostrano gli ultimi dati Istat sui 4,6 milioni di indigenti. La conseguenza di questo Grand Canyon sociale è l’aumento della rabbia e dell’insoddisfazione. Alcuni osservatori parlano già esplicitamente di punto di non ritorno. Leggendo le statistiche ufficiali di Oxfam, sembrerebbe che manchi poco. Nel 2015 appena 62 persone possedevano la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale.

Solo nel 2010 erano 388 e dieci anni prima ancora di più. La ricchezza delle 62 persone più facoltose è aumentata del 44% dal 2010 ad oggi, con un incremento pari a oltre 500 miliardi, arrivando a 1.760 miliardi di dollari, proprio in corrispondenza con il boom dei padroni della Rete.

Nello stesso periodo, la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale si è ridotta di poco più di 1.000 miliardi di dollari, per una contrazione del 41% e dall’inizio del secolo ad oggi, ha ricevuto soltanto l’1%  dell’incremento totale della ricchezza globale, mentre il 50% di tale incremento è andato all’1% più ricco. In termini statistici si potrebbe parlare di ‘dittatura’ dell’ultimo centile del campione, la casta privilegiata di millenials miliardari.

Anche l’Ocse ha suonato il campanello d’allarme. Nei quindici paesi più benestanti la quota dei salari sul Pil si è ridotta tra il 1976 e il 2006 dal 68 al 58% e in Italia, Irlanda e Giappone il calo ha toccato i 15 punti percentuali (dal 68 al 53%). Nello stesso tempo, i compensi dei top manager delle grandi imprese (inclusi stipendi, bonus, opzioni sulle azioni, varie indennità) nel 1980 ammontavano in media a 40 volte il salario medio lordo, oggi sono saliti a 350-400 volte tale riferimento.

Più che una forbice siamo di fronte ad un baratro, apertosi sulla fine degli anni ’90 e diventato enorme nel corso del 2000. Tutta colpa della crisi e della stagnazione secolare? Forse no. Si analizzino ad esempio alcuni dati dell’unico settore che funziona alla grande proprio da dieci anni a questa parte e che tiene tutto in piedi: l’economia digitale. Delle venti maggiori aziende tecnologiche, ha raccontato un’inchiesta di Newsweek, dodici sono statunitensi, sette cinesi, una giapponese. Nessuna è europea.

Le aziende a stelle e strisce rappresentano il 76% della capitalizzazione azionaria e l’87% dei ricavi. Solo una società della dozzina appena citata non ha sede nella Silicon Valley. In sei degli ultimi otto anni la crescita del Pil mondiale, abbastanza fiacca, è stata tenuta su dalla digital economy, che drena risorse dagli altri paesi e gonfia di miliardi i pochissimi azionisti di Facebook e di tutte le altre consorelle del nuovo Eldorado internettiano.

Secondo la rivista Adweek, Alphabet, l’azienda madre di Google, è arrivata a controllare il 12% di tutti i soldi spesi globalmente per la pubblicità sui mezzi d’informazione; mentre nel 2015 il più grande motore di ricerca del mondo ha registrato ricavi che per il 54% provenivano dal resto del mondo (75 miliardi di dollari).

In pratica, questo flusso immenso di denaro depaupera le economie tradizionali e finisce nelle tasche di pochi eletti aumentando le differenze sociali. Se uniamo tutti i puntini di questo mosaico a prima vista scomposto, scopriamo il volto di un nuovo Minotauro: metà corpo è rappresentato dall’immenso mercato dei servizi gratuiti via web, l’altra metà nasconde la casta inaccessibile dei nuovi ricchi. Più cresce l’uno, più diventa elitaria l’altra.

La democrazia distributiva ‘social’, che il nuovo millennio ci ha regalato, ha instaurato una plutocrazia di fatto, una dittatura di velluto che ha ulteriormente esacerbato un gap reddituale già in corso, polarizzando in California la centrale della nuova ricchezza. E lasciando il resto del mondo occidentale alle prese con una diseguaglianza crescente.

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Parte dei dati citati sono tratti dal saggio “Euxit. Uscita di sicurezza per l’Europa”

euxit

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