Il massacro di una cultura

Terrorismo
Una foto combinata mostra i membri del commando che ha assaltato il ristorante di Dacca, Bangladesh, con kefiah in testa e kalashnikov in mano immagini pubblicate dall'ISIS. ANSA/SITE INTEL GROUP/ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING

La storia dei giovani terroristi a Dacca rompe con lo stereotipo del kamikaze senza cultura e senza futuro, indottrinato da predicatori senza scrupoli

Non cercate le ragioni della loro sete di morte nella disperazione di chi è stato privato di tutto. La loro rabbia non si nutre di emarginazione sociale, di sfruttamento. Non sono cresciuti in un campo profughi con le fogne a cielo aperto, popolati da bambini che giocano a scalare montagne di rifiuti. Non c’entrano le periferie degradate di Parigi o i quartieri-ghetto di Bruxelles.

La storia dei giovani terroristi che hanno fatto scempio di vite umane, nel caffè-ristorante di Dacca, rompe con lo stereotipo del kamikaze senza cultura e senza futuro, indottrinato da predicatori senza scrupoli arruolati in qualche scuola coranica wahabita.

I sette terroristi del commando che ha perpetrato la strage di Dacca, erano ragazzi bengalesi di famiglie ricche, senza problemi di denaro. Avevano studiato nelle scuole più elitarie, si vantavano sui social delle loro conquiste sentimentali. A chi gli chiedeva la ragione per cui questi ragazzi benestanti erano diventati dei terroristi, il ministro dell’Interno bengalese ha risposto: “Perché è di moda”. E altri hanno aggiunto: erano “ricchi rampolli, non studenti estremisti”. Dopo i “lupi solitari”, ecco allora manifestarsi un’altra tipologia di shahid: “Il terrorista della villa accanto”. Dietro quello sbrigativo, essere terroristi è di moda, è racchiusa l’essenza di una tragedia: la morte di una cultura. Il ricercare un senso alla vita dando, e dandosi, la morte. È un nuovo nichilismo che si fa scudo, violentandolo, dell’Islam.

E per contrastarlo, non basta il pur necessario rafforzamento dell’azione di intelligence e di polizia internazionali. La battaglia è anche, e per certi versi soprattutto, culturale. Investire nell’educazione non è meno utile, tutt’altro, che spendere in F-16 o altro. Non lo dicono solo le storie dei ragazzi della “Daqqabene”, ma anche quelle di molti giovani europei che hanno deciso di diventare foreign fighters al servizio del “macellaio di Raqqa”, l’autoproclamatosi “Califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. I nuovi nichilisti non sono i “crociati del Terzo millennio” versione islamica. Il loro nemico è il genere umano, non una particolare fede o etnia. Non chiedono il passaporto prima di farsi saltare in aria. Ieri a Baghdad hanno massacrato oltre 126 persone (molti i bambini) nel cuore commerciale della zona sciita.

Cultura, nel senso alto e nobile del termine, è dialogo, conoscenza, comprensione delle ragioni dell’altro da sé. È concepire le diversità come ricchezza e non come minaccia. Cultura è inclusione, che è molto di più che “integrazione”. Per i terroristi, siano essi lupi solitari o quelli della villa accanto, la cultura, senza aggettivi, è una minaccia mortale. E lo è tanto più se non s’imbraccia come un’arma. Il Bangladesh è un Paese musulmano che non si è mai piegato alla “dittatura della sharia” ma ha difeso, anche costituzionalmente, il pluralismo religioso.

Per questo nel mirino dei terroristi erano entrati blogger laici, attivisti dei diritti umani, monaci buddisti e cristiani. Donne e uomini che si sono fatti portatori di cultura, testimoni di una convivenza non solo possibile ma ricercata. Quello che praticavano era una visione umanista, che non accetta muri di odio e non si lascia piegare dai nuovi nichilisti. La loro “cultura” non c’entra con l’Islam. È solo una pratica di morte.

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