Il M5S ha vinto a Roma e a Torino applicando il “modello Renzi”

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Florence's Mayor and candidate at the primary of the Democratic Party (PD), Matteo Renzi, speaks during a press conference in Florence, 08 December 2013. Matteo Renzi, a media-savvy 38-year-old with no experience in national government, is the Italian left's best hope of finally eclipsing Silvio Berlusconi's hold on the country's public affairs. Renzi, currently the mayor of Florence, was set for an overwhelming victory against two opponents in the primary election for the leadership of the centre-left Democratic Party (PD). He had received 70 per cent of vote with about a fourth of the ballots counted 08 December night.  ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Non si è ancora capito che, anche nelle sconfitte bisogna mantenere il proprio stile e la forza delle proprie idee

Se si è consapevoli di portare avanti un grande programma di riforme e di sviluppo del Paese bisogna mantenere il proprio stile e la forza delle proprie idee.

Ci eravamo disabituati alle approfondite analisi della sconfitta e come per tutti quelli usciti da una lunga malattia alla prima corrente d’aria fredda si avverte la “ricaduta”. Non si è ancora capito che, anche nelle sconfitte – se si è consapevoli di portare avanti un grande programma di riforme e di sviluppo del Paese che ovviamente può alimentare anche contrapposizioni e dissensi – bisogna mantenere il proprio stile e la forza delle proprie idee. Tener conto della realtà non significa entrare in fibrillazione di fronte a difficoltà, alimentare dibattiti sull’ufficio politico, ma chiarire meglio come raccogliere il consenso sui propri progetti.  

Partiamo da una premessa guardando fuori dal nostro litigioso giardino. Quando in marzo di quest’anno in Germania la CDU della Merkel e l’SPD (insieme al governo) hanno registrato pesanti insuccessi in tre Lander importanti, nessuno dei due partiti ha avviato un accorato dibattito e messo in discussione le leadership. Quando in maggio in Gran Bretagna il partito conservatore, dopo i due mandati di Boris Johnson, ha perso il Sindaco di Londra (realtà politicamente ed economicamente di assoluto rilievo internazionale) a favore del laburista Sadiq Khan, nessuno in quel partito ha avviato un lacerante dibattito sul significato della sconfitta e messo in discussione la leadership di David Cameron. In entrambi i casi, quindi, governi e leadership politicamente forti non sono stati toccati dagli esiti di elezioni locali pur importanti. E questo ci vorrà dire qualcosa sulle nostre cattive abitudini?

Veniamo ora al merito della discussione che comunque si è aperta. E qui propongo un “diverso parere”, rispetto alle analisi e alle categoriche affermazioni degli sconfittismi di ritorno, che si può così sintetizzare: il M5S ha vinto a Roma e a Torino applicando il “modello Renzi”. Con una differenza: il disegno di Renzi è quello dell’egemonia che attrae sulle proprie politiche aree di consenso sociale più vasto, il disegno del M5S è stato quello di appropriarsi, pur contraddittoriamente e in discontinuità con le proprie origini, di temi che potessero veicolare nuovi consensi in un cahier des doléances difficile poi da tradurre in politiche di governo.

Mentre nel PD la minoranza alimentava polemiche divisive sul partito della nazione e sui voti del centrodestra, la prospettiva strategica di Renzi, cioè l’allargamento dell’area del consenso verso il centro, è stata copiata e portata avanti proprio dal M5S che, senza la paura dei nominalismi, ha vinto a Roma (votato da Sabrina Ferilli fino addirittura a Gianni Alemanno) e a Torino come altro “partito della nazione”.

Innanzi tutto nella scelta delle candidature: blog o non blog, abbiamo assistito ad un atteggiamento nuovo. Due donne, due giovani professioniste, una di famiglia imprenditoriale non distante dai salotti della Torino che conta, assai diverse dalle figure del populismo di protesta prevalenti tra i candidati divenuti parlamentari nel 2013. Candidature quindi rivolte verso un bacino elettorale molto più ampio di quello – integralista, duro e puro – tradizionale del M5S (non a caso il Grillo dei “Vaffa” non è mai intervenuto in campagna elettorale ed è rimasto dietro le quinte).

In secondo luogo nelle politiche, sui temi più sensibili per l’elettorato di centro destra e per il mondo cattolico. E qui abbiamo colto lo sbocco dei tatticismi parlamentari recenti, con un linguaggio che ha mescolato, anche confusamente, argomenti di destra e sinistra su immigrazione, sicurezza, unioni civili per raccogliere consenso – come poi di fatto è avvenuto nei ballottaggi – nell’elettorato di centrodestra e nell’elettorato cattolico (alcuni dati dicono ad esempio che il 57% dei cattolici praticanti a Roma ha votato per Raggi).

Quindi, nelle recenti comunali, in particolare a Roma e a Torino, la causa della sconfitta – cioè la saldatura (preannunciata e confermata dai flussi elettorali) nei ballottaggi tra elettorato di centrodestra e M5S (con politiche e candidature rivedute e corrette, in netta discontinuità con l’integralismo delle origini) – è dovuta, oltre a ragioni locali, soprattutto alla contrapposizione rispetto alle politiche di sinistra del PD e del Governo Renzi (in primissull’immigrazione e sulle unioni civili, temi fortemente sentiti rispettivamente dal popolo delle periferie – attratto più dai nuovi populismi che dalla vecchia sinistra – e dal mondo cattolico). Non a caso in molte realtà il M5S ha assorbito e oscurato il centrodestra. La minoranza Dem farebbe bene a riconoscerlo – riconoscendo anche gli esiti marginali, forse per gli stessi motivi, della sinistra radicale – anziché alimentare fuorvianti polemiche su uno spostamento a destra senza fondamento e oggi insistendo per una strategia “più di sinistra”.

Attenzione a non farci copiare e anticipare le strategie dai diretti competitori! Per governare e portare avanti un grande progetto riformatore, in un Paese dove “la sinistra è sempre stata minoritaria” (D’Alema) e oggi è tripolare, la logica del ballottaggio, propria dell’Italicum ma anche dei collegi uninominali, richiede necessariamente un allargamento dell’area elettorale (recentemente richiamato anche da Sadiq Khan, nuovo Sindaco laburista di Londra, in contrapposizione alla linea Corbyn) riducendo l’astensionismo, mentre il ritorno alle coalizioni e al proporzionale, che ogni tanto qualche voce nostalgica della vecchia politica politicante fa riemergere, sarebbe penalizzante per l’ingovernabilità e gli inciuci permanenti e precari come nella prima repubblica, la cui pesante eredità è all’origine dei nostri attuali problemi.

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