Il M5S appena nato è già finito?

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L’incapacità di creare una classe dirigente in grado di assumere il controllo del Movimento e di assumere responsabilità di governo segna tutti i limiti di questa esperienza

Il Movimento 5 Stelle è riuscito a compiere, nel giro di pochi anni, il ciclo vitale di una forza politica, senza aver raggiunto una vera e propria maturità con una compiuta istituzionalizzazione.

Germinato nel 2005 dal palco dei tour di Beppe Grillo, cresce con le riprese televisive degli spettacoli del comico genovese, approda sui territori nel 2007 cavalcando l’onda dell’esasperazione, del populismo e del malpancismo con un messaggio tanto universale quanto per ‘menti semplici': “Vaffanculo”. E cosa c’è di più trasversale e accattivante per chi vuole il massimo – condizioni di vita più favorevoli – con il minimo – distruggere l’esistente senza indicare e impegnarsi per la realizzazione di un valido progetto alternativo di amministrazione e di governo?

In quel “vaffanculo” schietto era già implicito il vuoto progettuale e ideologico del Movimento. Ma chi alle Politiche del 2013, tra quelli che hanno fatto la X sul simbolo pentastellato, ha pensato che governare significa costruire un’alternativa e non solo demolire quello che non va o non ci piace?

Lo straordinario risultato elettorale alle Politiche ha avuto, a mio avviso, il merito di far riflettere i partiti, in particolare il Partito democratico, sulla distanza che stavano prendendo dagli elettori, sulla necessità di maggiore trasparenza sui processi decisionali, sulla partecipazione dei cittadini alla vita politica, sul dover recuperare un rapporto diretto nelle piazze e nei luoghi della vita quotidiana (ricordate la polemica Renzi-Bersani con l’accusa verso l’ex segretario di aver chiuso il partito dentro ai teatri?) portando queste questioni in primo piano, anche se sono ancora lontane dall’essere compiutamente risolte.

E così dopo lo sbarco dell’incazzata brigata degli onesti al Parlamento – da “aprire come una scatoletta” con tanto di apriscatole fornito insieme alla forma da dare alla comunicazione, che definire ideologia è troppo, dalla Casaleggio e Associati – alle Europee del 2014 l’hype dei grillini subisce una battuta d’arresto, impaludato nelle interrogazioni sull’esistenza delle sirene e i dubbi sul grano saraceno, per loro di chiara origine moresca extracomunitaria.

E fin qui si può anche ridere, per quanto un elettore avrebbe dovuto interrogarsi seriamente su quali siano gli obiettivi e gli scopi dell’azione parlamentare dei pentastellati, incapaci di votare i provvedimenti condivisi e presentati nel loro programma solo perchè portati avanti dal Governo, contro il quale si sceglie una comoda, ostinata e pervicace opposizione tout court.

Ininfluenti, perchè incapaci di dialogare con le altre forze politiche, nell’elezione del Presidente della Repubblica, ininfluenti nelle decisioni parlamentari, ininfluenti nel miglioramento della vita dei cittadini. E’ un caso? E’ solo incapacità genuina? Non credo.

L’ossessivo controllo di Grillo e Casaleggio sull’operato e sulla visibilità mediatica degli esponenti del Movimento – si è passati dalla scelta di non apparire in televisione, ad oggi il medium a maggiore capacità di penetrazione in Italia, alla selezione degli happy few presentabili da rendere riconoscibili dal pubblico – ha rivelato, a mio modesto parere, la manipolazione pesante dei veri capi – alla faccia dell'”uno vale uno” e “Grillo e Casaleggio sono due iscritti come tutti gli altri”  –  con la spersonalizzazione e addirittura la creazione di “non-persone” per dirla con Dal Lago in luogo di esponenti politici caratterizzati e riconoscibili, rendendo così più semplice la loro epurazione nel momento in cui questi dimostrano di possedere un pensiero critico.

Siamo di fronte quindi a un movimento che nel farsi partito rivela una governance schiettamente diarchica (evidentemente considerata un passo avanti rispetto alla monocrazia berlusconiana di Forza Italia) e che si dota, come foglia di fico, di un inquietante “direttorio” di memoria robespierriana. Alla faccia della democrazia diretta del click.

Questa ininfluenza decisionale al Parlamento e la netta approssimazione nella linea e nel sostegno alle proprie Amministrazioni locali, assume un carattere intenzionale se non doloso.

Un conto è gridare dal palco che si vuole essere forza di Governo. Un conto agire per esserlo. Se “volere è potere”, qui qualcuno non solo non ne è in grado, ma non lo vuole. E mi pare palese.

E quindi in Liguria alle Regionali del 2015 si scarta un potenziale vincitore alla presidenza per una trentenne, candidatasi teneramente dalla propria cameretta e incoronata come alfiere con una manciata di voti on-line che non basterebbero, nella vita reale, nemmeno per diventare rappresentante d’istituto.

Ma quanto può reggere questo inganno, di non volersi definire partito (registrato a Genova nel 2012), di essere in grado di realizzare compiutamente la democrazia grazie al web, di essere in esclusiva i tedofori dell’onestà nelle Istituzioni?

Lo scoglio di Quarto in Campania segna ironicamente una pesantissima battuta d’arresto a differenza del più famoso scoglio ligure di Quarto. Affonda tutta la retorica conseguente al calco sui Partiti Pirata nordeuropei, sugli Indignados, sui vari Occupy, la retorica di “V per Vendetta”, dell’etica hacker spiccia, delle scie chimiche, dei persuasori occulti, dei vaccini letali, dei complotti del Bilderberg, degli apriscatole, delle bottigliette d’acqua, degli spazzolini con testina rimovibile etc.etc.

E con buona pace dei diversi politologi italiani allarmati e allarmanti che negli ultimi due anni hanno forzato i dati della realtà elettorale cercando di adattarli, come nel letto di Procuste, alle proprie teorie precostituite.

Le accuse di condizionamenti della camorra, la difesa e la repentina ritirata dei membri del direttorio nei confronti dell’ex sindaco di Quarto, accusati dalla stessa di aver messo il tutto sotto il tappeto, porta oggi alla risicata partecipazione alla manifestazione indetta ad Arezzo per agitare ulteriormente il pretesto del caso Banca Etruria contro il Governo.

Tra stracci che volano con sempre maggiore frequenza tra gli espulsi e quelli degni di partecipare alla mensa di Grillo e Casaleggio, l’hype è finito davvero? Di sicuro gli italiani non sono il “popolo bove” su cui è stato costruito il loro marketing politico.

E così, in una manciata di anni, il Movimento 5 Stelle si avvia a una china discendente, senza essere riuscito a farsi partito, senza aver formato una classe dirigente capace di garantirne la sopravvivenza all’attuale leadership – e in questo sono gemelli con Forza Italia.

Ma la lezione che stanno lasciando è che la disintermediazione dei corpi intermedi nella modernità liquida e il fallimento contestuale dei partiti strutturati, sono chimere se si ha a cuore il proprio Paese.

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