Il lutto allegro di Cuba davanti alle ceneri di Castro

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epa05652808 People attend a farewell ceremony for the late Cuban former President Fidel Castro at the Plaza de la Revolucion of Havana, Cuba, 29 November 2016. Cubans are gathering at the Jose Marti Monument in Havana's Plaza of the Revolution to bid farewell to Cuban former President Fidel Castro. Castro died at the age of 90 on 25 November.  EPA/ALEJANDRO ERNESTO

Parte per un tour nel Paese l’urna con i resti di Fidel, dopo una celebrazione di piazza all’Avana. Molte assenze e delegazioni di secondo piano. Come se dopo l’omaggio al personaggio storico poche ore siano bastate a raddrizzare i giudizi

Ieri mattina la carovana che trasporterà le ceneri di Fidel fino a Santiago de Cuba, dove domenica 4 si terrà la commemorazione finale, è partita. Da un capo all’altro dell’isola la gente si assieperà per salutare il Comandante in Capo, ora dichiarato Eterno. Non dev ’essere mai successo che un così lungo cordoglio abbia accompagnato non una salma, tanto meno mummificata, ma un’urna cineraria.

L’Avana ha tenuto il suo commiato più ingente martedì sera, nella Piazza della Rivoluzione. Un «Acto multitudinario», secondo la lingua che, almeno alle nostre orecchie, suona così enfatica. Per la preparazione l’accesso alla piazza era stato chiuso fin da metà giornata, suscitando qualche protesta dei pellegrini arrivati dopo un lungo tragitto a piedi (in questa lingua solennizzante il passante si chiama «transeunte»).

Una sorveglianza capillare e insieme pochissimo vistosa, se non per dei cartellini, li dirottava agli altarini patriottici e ai registri su cui firmare e rinnovare il «compromiso», l’impegno a proseguire nel solco di Fidel. Avrete visto qualche fotografia di devoti in lacrime: tradiscono completamente la verità.

Nella moltitudine che ha affollato per tante ore la gran piazza il lutto era allegro. I cubani contenti che alla fine Fidel sia morto non erano là, naturalmente. E se ognuno ha un suo Fidel, e magari due o tre, così è anche e soprattutto dentro Cuba. L’allegria e la confidenza erano invece dei seguaci venuti a commemorare, specialmente dei moltissimi ragazzi ma anche dei più, compresi veterani, e valevano a riscattare la famigerata fraternità nordcoreana.

La Corea del Nord ha proclamato tre giorni di lutto per la morte di Fidel, ricambiando i tre giorni che Cuba dedicò alla morte di Kim Jong Il. È facile immaginare folle nordcoreane irreggimentate per piangere a dirotto: be’, i cubani no. Nemmeno quando le autorità internazionali tengono i loro discorsi, e gareggiano in retorica. La gente doverosamente applaude ma è già informata delle assenze: qualcuno, che qui non c’è, sarà alla cerimonia finale di Santiago, ma molti mancheranno all’appello qua e là, e molti avranno rappresentanti minori.

È come se dopo i commenti del primo momento, che per soggezione o ipocrisia avevano visto prevalere l’omaggio a un uomo in cui la storia (la Storia) aveva stampato una sua più vasta orma, poche ore siano bastate a raddrizzare i giudizi verso un regime teso a perpetuarsi, a costo di sequestrare il proprio popolo. Nei discorsi dell’Acto serale la retorica più stentorea è dei leader latinoamericani e degli alleati più antichi, come l’algerino Abd el Kader che parla per il morente Bouteflika.

C’è anche Tsipras, che se la cava parlando del «nostro Fidel, quello dei poveri, degli oppressi, degli umili», disegna qualche parallelo tra la resistenza cubana e greca e soprattutto, pro domo, dice che da Fidel abbiamo imparato che il socialismo non è un giardino di rose. I discorsi seguono una stessa falsariga: le inesorabili variazioni sul nome di Fidel– « Cuba è Fedele a Fidel», «Yo soy Fidel»- e l’esaltazione dei traguardi: l’analfabetismo sconfitto e l’istruzione, il sistema sanitario.

Qualcuno celebra l’internazionalismo militante, e militare, degli anni africani, i 500mila cubani inviati a sostenere l’Mpla in Angola, e anche disgraziatamente in Congo o sciaguratamente in Etiopia. Sopra tutto risuona la denuncia del Bloqueo, l’embargo infinito (e ingiusto) che ha assediato Cuba e ha offerto l’alibi universale alle sue magagne. Sul punto di sciogliersi con Obama, l’oltranzismo del Bloqueo minaccia di rincararsi con Trump.

Il giorno della morte di Fidel il primo volo di linea dagli Stati Uniti atterrava a Cuba, e fra poco i voli regolari programmati sarebbero oltre cento al giorno. Cuba sta a vedere, e intanto alza già le spalle: siamo sopravvissuti a più prove di qualunque piccolo popolo al mondo, l’invasione, le cospirazioni omicide, l’assedio per fame, la fine dell’Urss, il collasso del Venezuela petroliero. Trump è un’altra prova, passerà.

L’Avana, insigne della bellezza delle cose che vanno in rovina, Ford 1952 e case dipinte e slabbrate – la vegetazione è lussureggiante alla faccia di tutti i regimi – somiglia nel suo centro a un set cinematografico, ma per un ennesimo film sull’era di Batista. C’è la piazza piena di giovani accampati sulle panchine o in terra o appoggiati agli alberi che sfruttano il Wi-fi di qualche albergo per connettersi coi telefoni: altrimenti internet non c’è. È possibile, e magari raccomandabile, vivere senza internet, a condizione di poterlo scegliere. Vivere senza internet in undici milioni scarsi in un mondo in cui gli altri miliardi sono connessi dalla mattina alla sera è un brutto affare. Di questo e del resto parliamo nei giorni che verranno. I giorni estremi della Cuba che cambia, e del mondo che cambia verso Cuba, forse. O i giorni in cui Cuba non cambia, nonostante Fidel non sia più là, e si sia eternato.

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