Il lungo addio. Berlusconi-Re Lear nel suo castello di sogni

Politica

Il libro di Friedman mette un po’ di tristezza: il leader è invecchiato sul serio

“In una fosca mattina dell’estate 2015, un lunedì, Berlusconi è a casa sua, ad Arcore. Ha un’aria romantica, mentre con alcuni amici riflette sulla sua vita nella stanza accanto alla cappella di famiglia…”. Balzac? Tolstoj? Henry James? No: Alan Friedman. Esce il suo libro: “My way”. Frank Sinatra? No: Silvio Berlusconi.

Ed infatti eccolo, Berlusconi, colto mentre “riflette sulla sua vita”. Parlare di “quando me ne sarò andato”, cioè del momento in cui i figli “potranno vender tutto, le nostre società, le case, ma due cose non dovranno vendere: la maggioranza del Milan e questa casa, la casa di Arcore”. E poi confessare un’altra cosa: “Sapete, ho quasi ottant’anni e comincio a sentire l’età”.

Poi ci sono un sacco di altre cose. Ma intanto mettete insieme le frasi citate. E non vi si “intenerisce il core”, almeno un pochettino?

Immaginatelo, rintanato nella sua magione – non vendetela mai! – il Re Lear della destra italiana che vaga di stanza in stanza rimembrando i fasti, i successi, le vittorie: e ci fa vedere – Friedman ha fatto il video, lo abbiamo visto a Ballarò (scooppone) – il suo “studio” pieno di coppe, fotografie, ritratti e cianfrusaglie varie, un bazar di un Charles Foster Kane a colori, un museo kitsch da riccone di Istanbul; e poi una piccola pinacoteca – Gianni Agnelli sì e io no? – con un Ritratto di Rembrandt in evidenza (“molto bello”, commenta lui), e certo, un po’ di Seicento olandese in Brianza ci sta bene. Ma il video friedmaniano si ferma qui e non scendiamo in altre stanze divenute celebri e così centrali nella recente storia italiana.

Il tormento dei ricordi deve flagellargli l’animo, perché il ricordo è il rimpianto – scrive Proust – e non c’è niente da fare: vale per tutti, vale anche per lui. Però siccome Berlusconi è Berlusconi e non uno qualunque. l’antidoto al ricordo sta nella costruzione di castelli di fantasia, di illusioni grandiose, di progetti capaci di riacciuffare il tempo che fu, trasformando magicamente la propria memoria in avventura futura.

Ed eccolo, dunque, il Re Lear di Arcore chino “su un bloc notes che tiene sempre davanti a sé” – altro che tablet – e scrivere di suo pugno come Napoleone ai suoi generali “me ne andrò dopo aver vinto un’altra volta”. La frase del lungo addio. La frase più triste, a pensarci bene.

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