Il loden dell’antipolitica

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Per alcuni il referendum è solo una resa dei conti politica, un surrogato delle elezioni generali, l’occasione per sbarazzarsi di Matteo Renzi e del suo governo

Sono diversi i punti di vista da cui si può guardare al referendum del 4 dicembre, e diverse sono le motivazioni a favore dell’una o dell’altra scelta. Per alcuni il referendum è una resa dei conti politica, un surrogato delle elezioni generali, l’occasione per sbarazzarsi di Matteo Renzi e del suo governo.

La Lega e la sinistra radicale, Fratelli d’Italia e il Movimento 5 stelle hanno impostato la propria campagna elettorale sulla “Renxit”, e quando entrano nel merito della riforma è soltanto per una breve divagazione, più o meno generica, prima di tornare eccitati all’unica questione che sta loro veramente a cuore: la spallata al governo. Che cosa accada dopo, non ha importanza.

Così come non ha valore la banale considerazione che istituzioni più efficienti e meno costose sono un vantaggio per tutti, tanto per chi oggi governa quanto per chi governerà domani. Al Comitato di liberazione antirenzista, che pullula di subcomandanti ma ancora non ha trovato un leader riconosciuto, s’è iscritto ieri, a sorpresa o forse no, anche il senatore Mario Monti.

Intervistato dal Corriere della Sera, Monti pronuncia un articolato elogio della riforma, che del resto ha votato in Senato: «Mi hanno sempre convinto la modifica del rapporto fra Stato e Regioni, l’abolizione del Cnel e la fine del bicameralismo perfetto», cioè i tre punti principali che non a caso, insieme alla riduzione dei parlamentari e al contenimento dei costi, compaiono anche sulla scheda elettorale. E tuttavia il senatore Monti voterà No per contrastare «l’evasione, la corruzione e una classe politica che usa il denaro degli italiani di domani come una barriera contro la propria impopolarità».

Renzi infatti, secondo Monti, «da tre anni lubrifica l’opinione pubblica con bonus fiscali, elargizioni mirate o altra spesa pubblica», e dunque va fermato ad ogni costo per consentire agli italiani di «essere e sentirsi adulti, non guidati dalla mano visibile del potere politico». E pazienza se la nuova Costituzione è «leggermente migliore della precedente ».

È un peccato che una persona seria e saggia come Monti, abituata a frequentare le università e i centri studi di mezzo mondo assai più che il sottoscala di Montecitorio, si allinei a Salvini e Grillo nell’eroica battaglia per la Renxit, prescindendo completamente dai contenuti della riforma, che anzi il senatore mostra di apprezzare: ma, seppur a malincuore, non si può che prenderne atto. Però c’è una cosa che Monti non dice e che invece sta al cuore della sua posizione.

Monti non ama la politica: né la sua autonomia rispetto ai poteri non elettivi, né il suo indispensabile radicamento nel consenso popolare. La politica non gli piace perché ha bisogno dei voti dei cittadini, giudicati intrinsecamente corruttivi, e perché, forte del consenso raccolto, pretende di decidere da sola senza necessariamente chiedere il permesso alla tecnocrazia o alla magistratura o ai mercati o a chicche ssia.

Nel mondo di Monti il funzionamento del Parlamento suscita poco interesse, perché le decisioni si prendono altrove, fra gli happy few che hanno studiato, conoscono l’inglese e frequentano Bruxelles. Anzi, più debole è la politica e meglio è; più farraginoso e inconcludente è il processo decisionale e più facile è il ricorso salvifico ai “tecnici” mai eletti; meno contano gli elettori e meno rischi corre il Paese.

Per un estremo paradosso della politica, oggi la posizione del senatore Monti è sovrapponibile a quella dei partiti populisti: anche a Grillo e a Salvini non importa nulla del buon funzionamento del sistema, che anzi vogliono inefficiente e corrotto per poter lucrare consensi. Fra tecnocrazia e populismo – i due opposti estremismi del nuovo millennio – le somiglianze non si limitano dunque all’antirenzismo ma, più in profondità, riguardano la condivisione di un’ideologia radicalmente antipolitica (per non dire antidemocratica).

Logico dunque che si contrappongano uniti a Renzi, cioè al leader che più di tutti, in questi anni difficili, s’è impegnato per restituire dignità ed efficienza alla politica, vale a dire ai cittadini elettori.

 

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