Il linguaggio di Grillo non è folklore, giustifica la violenza

Referendum
Il leader del M5S Beppe Grillo nella sala stampa della Camera dei deputati durante una conferenza, 15 aprile 2014 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Quel “serial killer” ha offeso me a tante altre persone

Mi è capitato, nella mia vita sindacale e politica, di ricevere insulti e attacchi, come capita a quasi tutte le donne e agli uomini che hanno responsabilità pubbliche. Non mi era mai capitato, però, di essere definita – insieme a milioni di cittadine e cittadini che sostengono il Sì – “serial killer della vita dei nostri figli”.

È evidentemente una frase senza alcun fondamento, e non mi sento quindi offesa. Continuerò anzi a fare campagna elettorale, con più convinzione e determinazione che mai, proprio perché la riforma costituzionale e il referendum sono la migliore occasione che abbiamo per costruire uno Stato più efficiente e giusto e per guardare al futuro con ottimismo e voglia di fare, per lasciare ai nostri figli un’Italia migliore.

Mi colpisce però osservare che siamo ormai così circondati da un linguaggio violento, da vedere la frase di Beppe Grillo di ieri derubricata a elemento di folklore.

Non lo è. Il linguaggio non è mai folklore. Il linguaggio è il modo con cui costruiamo e condividiamo la realtà. Il linguaggio ha un valore simbolico e performativo, non è altro rispetto all’azione politica, ma ne è parte inscindibile. Parlare in modo violento significa giustificare la violenza, aprire uno spazio pericoloso di aspettative, rilanci, aggressività.

Difficile immaginare che chi usa per abitudine parole violente, chi considera un nemico chiunque abbia idee diverse, chi non sa fare politica senza avere capri espiatori da attaccare costantemente, possa poi agire, qualora abbia responsabilità di governo, in modo diverso. Lo stiamo osservando con il presidente eletto Trump, alle prese con le nomine e le prime scelte per l’insediamento, e ancora immerso e condizionato dall’atteggiamento aggressivo e discriminatorio avuto per tutta la campagna elettorale.

Il linguaggio violento è anticamera di una politica divisiva, distruttiva della comunità e della coesione sociale. Esattamente l’opposto di quello che serve oggi, con l’urgente necessità di ritrovare fiducia e collaborazione di tutte e tutti.

Demagoghi, mistificatori, insultatori seriali, derive linguistiche antidemocratiche: ormai sembra che la politica possa essere solo questo, quando in realtà questo è quello che annulla la politica. La ricerca di un consenso facile, che passa per like e commenti sui social, porta troppi protagonisti del dibattito a non curarsi delle conseguenze di parole e atti. A parlare e agire senza responsabilità. Ad agire senza rispetto, che deve essere dote fondamentale per chiunque faccia politica: rispetto per gli altri, per le differenze, per le opinioni.

Così si eccitano folle di tifosi, aizzati contro avversari e avversarie, ma non si discute davvero. Insultare è un modo per rifiutare il confronto, per aggirare il merito delle questioni, per negare il dialogo civile. È un modo facile, che forse produce risultato nel breve periodo, ma che denota assenza di visione, assenza di forza, assenza di valori.

Occorre che tutta la politica cambi, assuma la piena responsabilità di ciò che dice e che fa, che torni a dialogare, a cercare le cose che uniscono, a praticare il rispetto. Serve che la società collabori, che anche il mondo dell’informazione e dei media esca dalla logica dell’urlo e dell’emozione forte a tutti i costi, per recuperare spazi e luoghi di informazione e formazione dell’opinione pubblica.

Serve un cambiamento radicale, e serve un cambiamento che inizi velocemente. Altrimenti la deriva violenta e antipolitica sommergerà, davvero, le speranze di futuro dell’Italia e delle prossime generazioni.

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