Il Guru e il suo Cremlino

M5S
Roberto Casaleggio in platea per assistere allo spettacolo di Beppe Grillo  "Grillo vs Grillo" al teatro Linear Ciak di Milano, 2 febbraio 2016. 
ANSA / MATTEO BAZZI

L’evoluzione “protofascista” del Movimento 5 Stelle: la paura è che gli amministratori alzino la voce

Nella sua recente Storia della Rivoluzione francese, Jonathan Israel soffermandosi sul “populismo” di Robespierre adopera il termine di «protofascismo». Per lo storico inglese l’idolatria del popolo considerato un tutt’uno indistinto – a differenza del pensiero democratico fondato sul riconoscimento delle diversità e dunque sulla libertà – conduce inevitabilmente all’autoritarismo: il monolitismo non tollera eccezioni, il pluralismo è bandito, la libertà soffocata. In nome del popolo, beninteso, la cui volontà è intepretata dal Capo.

Ora, va da sé che Gianroberto Casaleggio non è Maximilien Robespierre, per fortuna sua e anche di Robespierre che nel bene e nel male è stato un grande personaggio. Ma non è anche Casaleggio un autoritario nel nome del popolo o meglio del sacro blog che modernamente ne esprime le volontà? Quello che venendo fuori e che abbiamo letto sulla Stampa di ieri non dimostra forse l’intima essenza autoritaria del vero e unico leader del Movimento Cinque Stelle (giacché l’altro è praticamente tornato a fare solo il comico)? Non è, questo giro di vite, il segno ulteriore di una mancata istituzionalizzazione del Movimento?

Ma rileggiamo il punto cruciale del documento: «Il candidato accetta la quantificazione del danno d’immagine che subirà il M5S nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice e si impegna pertanto al versamento dell’importo di 150mila euro, non appena gli sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto». Dietro il gergo da verbale dei vigili urbani, si vuole dire che chi produce «un danno d’immagine» deve pagare 150mila euro. Ma chi decide quando c’è un danno d’immagine? «Beppe Grillo e Gianroberto». Cioè solo Casaleggio. Dove lo decide? Nella sede della Casaleggio Associati.

In questo Cremlino staliniano più simile alla Spectre che al berlusconiano partitoazienda, il Guru vigila, valuta, punisce. Da solo. Gli altri al massimo sono esecutori materiali, informatori, poliziotti. La Roberta Lombardi, per esempio, che già si fece notare per una certa asprezza vorace quando era capogruppo – in coppia con il più stralunato Vito Crimi – sta ricoprendo in questa fase il ruolo di ras a Roma: a lei il compito di seguire la pratica delle amministrative, e non a caso è lei che ha redatto materialmente il Documento della Spectre casaleggiana. E anche l’enfant prodige Luigi Di Maio non risponde a nessuno altro che al Guru, che lo ha insignito del ruolo di Candidato a palazzo Chigi, giacché il mitico Direttorio è virtualmente defunto. Gli altri non esistono, non hanno autonomia. E quando esistono vengono ridimensionati o più spesso cacciati.

Finché la questione resta a livello dei gruppi parlamentari, il controllo non è difficile. Se qualcuno si agita, quella è la porta. Dall’inizio della legislatura, quando ancora regnava l’innocenza, se ne sono andati in tanti e tanti sono stati gentilmente fatti accomodare. Più complicata però la missione della Spectre sul territorio. L’assillo che “piccoli Pizzarotti crescano” è costante, nella testa di Casaleggio. Un partito dei sindaci interno al Movimento sarebbe una sciagura: il pericolo non è esattamente dietro l’angolo date le performance non brillantissime dei sindaci a cinque stelle, da Nogarin alla mitica Capuozzo, però siccome prevenire è meglio che curare, ben vengano Documento e Multe per impedire che un domani il sindaco grillino di Roma (in teoria) o di Napoli (in teoria) o Milano (in super-teoria) possano alzare la voce e dire la loro. Il Guru, fra le guglie del suo Cremlino personale, non lo tollererebbe. Eccolo, un partito veramente di destra.

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