Il governo tecnico e quella strana alleanza tra tecnocrati e populisti

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Ci sono i demagoghi che invocano la fine della politica, e gli esperti che li assecondano

Il governo tecnico auspicato dal raffazzonato editoriale del settimanale Economist –quello che invita a votare No il 4 dicembre e di cui si è tanto parlato in queste ore –è conferma di uno schema che appare via via sempre più chiaro: è la tecnocrazia il miglior amico del populismo. Fateci caso: da una parte abbiamo gli urlatori, i demagoghi, i complottisti, gli «uno vale uno», che scommettono sulla paura e invocano la fine della politica e del suo valore sociale di rappresentanza.

Dall’altra abbiamo un’élite di esperti, burocrati, addetti ai lavori, i quali sostengono che l’unica risposta possibile per contrastare i primi sia, di fatto, assecondare la loro richiesta; via la politica, via i suoi tortuosi processi democratici, si lascino governare i pochi che sanno farlo, senza tenere conto di fastidiose questioni accessorie, quali, ad esempio, la ricerca del consenso, i percorsi parlamentari, le opinioni dei cittadini e le linee dei partiti. È uno schema reiterato, da cui siamo già passati, «le dimissioni del presidente Renzi potrebbero non essere la catastrofe prospettata in Europa. L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnocratico, come già successo in passato», afferma del resto lo stesso Economist.

Ecco, appunto, abbiamo già dato, e questa volta non siamo per nulla desiderosi di farci da parte e attendere i mirabolanti risultati economici di cotanto ipotetico governo tecnico, visti gli illustri precedenti. I liberali tutti di un pezzo, quelli avvezzi a un riformismo tutto teorico e perfettino, da cameretta oseremmo definirlo, fanno notare in queste ore che il foglio della City ha in fondo ragione, che i problemi sono ben altri (non è che il nostro problema è proprio questo, che “il problema è un altro”, sempre?) rispetto a quelli posti al centro del quesito referendario, che se questo governo si fosse occupato un po’più di debito pubblico e un po’meno di Costituzione, il Sì vincerebbe a mani basse e il settimanale inglese non avrebbe dubbi su da che parte stare.

Il punto che sfugge a loro, e ai loro omologhi italiani ed europei, editorialisti o professori (o senatori a vita) che siano, è che non può esistere un processo riformatore serio, soprattutto in campo economico, che non passi da un governo forte, con un mandato chiaro, e da un’archittetura istituzionale che permetta a ministri e parlamentari di lavorare nella direzione promessa al Paese e ai cittadini. Per questo la riforma proposta nel referendum del 4 dicembre e votata più volte dal parlamento italiano (altro particolare sfuggito all’Economis t, qualcuno deve essersi dimenticato di raccontarglielo) è fondamentale.

Perché segna il rafforzamento dell’unica vera risposta possibile alla pericolosa alleanza fra tecnocrati e populisti (che non a caso si ritrovano in questi giorni sullo stesso fronte, quello del No): il ritorno a una politica funzionante ed efficace, che contenga il dibattito ma che sia alla fine, e possibilmente in tempi brevi, in grado di decidere e di dare risposte certe.

La loro voglia di riforme, quella che l’Economist mette in dubbio con supponenza, gli italiani non solo l’hanno ripetutamente manifestata, ma l’hanno anche supportata, attraverso i loro sacrifici, la loro voglia di intraprendere in campo privato, il loro atteggiamento solidale in mezzo alle tante difficoltà. Ora tocca alla politica dar loro un segnale e dimostrarsi per quello che è: la risposta migliore che si possa dare. Con buona pace di chi vorrebbe farne a meno.

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