Il giorno del ricordo in un’Italia meno divisa

Storia
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante la cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Palazzo del Quirinale. Roma, 21 dicembre 2015. ANSA/ US QUIRINALE/ PAOLO GIANDOTTI +++EDITORIAL USE ONLY - NO SALES+++

Le foibe sono ormai memoria comune, nonostante le polemiche strumentali di pochi

Nel giorno del ricordo, istituito per commemorare le vittime delle foibe, il presidente della Repubblica dichiara che “la nostra identità di Paese democratico ed europeo non poteva accettare che pagine importanti delle sua storia fossero strappate, lasciando i nostri concittadini del ‘confine orientale’ in una sorta di abbandono morale”.

Sergio Mattarella riconosce dunque esplicitamente, per il passato, una difficoltà, un problema della coscienza pubblica italiana di fronte alle foibe. Un problema che oggi potrebbe apparire superato, osservando le celebrazioni ufficiali, ascoltando le parole del Capo dello Stato o del presidente del Consiglio, le commemorazioni alla Camera e al Senato, i discorsi pronunciati da ministri, sindaci e presidenti di Regione di ogni colore politico.

Una compattezza che fa apparire tanto più strumentali e stonate le polemiche di alcuni esponenti della destra, che invece di rivendicare questa ritrovata unità come un risultato anche della loro iniziativa – a cominciare dall’istituzione del giorno del ricordo, con una legge varata nel 2004, sotto il governo Berlusconi – sembrano incapaci di uscire dagli schemi della guerra fredda. Ma per fortuna il tempo è passato, anche in Italia. Anzi, il tono anacronistico delle parole di Silvio Berlusconi contro “i crimini del comunismo” sottolinea involontariamente proprio questo: l’inattualità di un simile tentativo di (ri)dividere l’Italia in due, con i detriti di un muro di Berlino caduto un quarto di secolo fa, prima che una buona fetta degli elettori di oggi fosse nata.

“L’abisso della guerra mondiale e le aberrazioni dei sistemi totalitari sono ora alle nostre spalle – ha detto Mattarella – anche se quei segni non possono essere cancellati e deve sempre guidarci la consapevolezza che le conquiste di civiltà vanno continuamente attualizzate”.

È giusto dunque ricordare “gli episodi drammatici ingiustamente rimossi, come quelli legati alle foibe e all’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia”, come Mattarella aveva già fatto in un’intervista di un anno fa, nel settantesimo anniversario della Liberazione.

Ed è altrettanto importante respingere ogni strumentale banalizzazione da parte di coloro che ogni giorno pretenderebbero una sorta di par condicio della memoria (primo premio al Gasparri che ieri twittava: “Dopo i nastri arcobaleno a Sanremo si mostri il tricolore per il giorno del ricordo!», generando una contrapposizione tra coppie di fatto e vittime delle foibe che è difficile commentare). A questo scopo è utile ricordare, come faceva Mattarella in quella stessa intervista, che «gli atti di violenza ingiustificata, di vendetta, gli eccidi compiuti da parte di uomini legati alla Resistenza rappresentano, nella maggior parte dei casi, una deviazione grave e inaccettabile dagli ideali originari della Resistenza stessa. Nel caso del nazifascismo, invece, i campi di sterminio, la caccia agli ebrei, le stragi di civili, le torture sono lo sbocco naturale di un’ideologia totalitaria e razzista”.

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