Il giornale come bussola

Dal giornale
quotidiani-italiani

Il quotidiano del duemila deve aiutare a vedere il mondo dall’alto e non a cercare di scorgerlo nella polvere sollevata durante una zuffa

A cosa servono i giornali? Ora che siamo giunti alla metà del secondo decennio del nuovo millennio è lecito chiederselo. E forse può essere giusto farlo nel momento in cui una nuova leva , non necessariamente anagrafica, di direttori assume la guida dei principali giornali italiani. In pochi mesi i tre più diffusi quotidiani generalisti hanno nominato nuovi responsabili editoriali e anche alcune delle principali novità dell’ultima fase della stampa italiana, come “ Il Foglio” e “ Il Fatto”, hanno visto i loro direttori originali lasciare il posto a nuove professionalità. Il tutto avviene però in un contesto di grave crisi, generale, di mercato dell’editoria. Hanno chiuso molte testate, altre sopravvivono a fatica, le edicole si sono ridotte nel numero e nella frequenza di clienti. Crescono generazioni che non hanno alcun rapporto fisico con l’oggetto giornale. E , in fondo, ne disconoscono, ignorandoli, i codici comunicativi fondamentali.

Il paradosso è che i giovani, e in fondo chiunque frequenti la terra in questo momento, sono la più informata generazione della storia dell’umanità. Le notizie arrivano ovunque, veloci e penetranti. Un tempo bisognava andare all’edicola al mattino e poi attendere il giorno dopo. Ora basta tenere il telefono in mano per sapere tutto e sapere tutto, tutti, nello stesso momento. L’ informazione è diventata un flusso costante e permanente e spesso il sapere è , almeno in prima battuta, riassunto dai sommari delle notizie che stanno nello spazio dello schermo di un portatile. Oppure la coscienza dei fatti è veicolata dai centoquaranta caratteri dei messaggi di Twitter. Poi la rete consente, in una misura sconosciuta alla storia , di approfondire e accedere a una miriade di fonti. Nessuno abbia nostalgia, peraltro inutile, dei bei tempi in cui il giornale era l’unico strumento, visto che radio e televisione erano pubbliche, di libera scelta informativa dei cittadini . Un frutto delle grandi battaglie di libertà che hanno caratterizzato il dopo sessantotto e soprattutto un portato della più grande rivoluzione scientifico tecnologica della storia umana, è anche la possibilità inedita di produrre e consumare informazione orizzontalmente.

Tutto bene, dunque ? Dobbiamo solo pensare che , in fondo, la riduzione costante della presenza dei giornali nelle mani degli italiani sia la stessa cosa della sparizione degli altri supporti materiali, dischi e dvd , sostituiti dalla nuvola immateriale che tutto conserva e distribuisce? No, proprio no.

I quotidiani sono stati per lungo tempo lo strumento di informazione principale, quando erano nella possibilità di fornire notizie per larga parte inedite. Le cose si apprendevano leggendo i giornali. La tv era paludata e tutte le informazioni specifiche- economia, sport, cultura e spettacoli, locale- pressoché inesistenti nei media. Dunque per i quotidiani esisteva una splendida solitudine che ne sanciva l’insostituibilità. Con l’arrivo delle radio private e poi delle televisioni locali e nazionali tutto ha cominciato a cambiare. C’è bisogno di ricordare l’impatto di Radio Alice o di Radio Città Futura verso la fine degli anni settanta? Si apriva la competizione nel racconto della realtà e, contemporaneamente, la conquista di inediti spazi di libertà intellettuale diffusa dischiudeva il bisogno di nuovi soggetti e modelli informativi. Non bastavano più i quotidiani tradizionali imbustati in una rigidità e ufficialità ormai anacronistici. E non bastavano più neanche i giornali di partito come sede unica per l’espressione di un punto di vista originale. L’Italia non era più solo stato e partiti. La società cominciava a reclamare spazi per la sua autonomia, quella che poi avrebbe portato a decisive conquiste civili. Nacquero qui esperienze come il Corriere di Piero Ottone e , soprattutto, la rivoluzionaria apparizione de La Repubblica di Eugenio Scalfari.

E oggi? Oggi che gran parte del sapere passa sulla rete e circola in quel flusso potente e disordinato che abbiamo descritto? Oggi dei giornali non c’è più bisogno? Io credo invece che si aprano spazi nuovi e forse potenzialità immense. Forse in futuro, o forse già oggi, si potrebbe immaginare un autentico quotidiano, con la sua gerarchia delle notizie e la sua impaginazione, che si “fa” nel corso della giornata. Ma restando giornale e giocando sulla interazione con l’edizione on line, forse sempre più proiettata in un ambito di copertura “visiva” degli eventi. Quello che è certo , per me, è il ruolo e anche lo spazio possibile dei quotidiani moderni. Parlo della funzione comunicativa e culturale. Lo dico in uno slogan : i giornali devono aiutare il cittadino moderno a capire il caos. “ What else?” direbbe Clooney….

Devono essere guida per approfondire, andare oltre la superficie, guardare il mondo e il nuovo che si forma. Devono cercare storie da raccontare e linguaggi di scrittura di qualità. Devono far capire , non gridare per sovrastare un rumore di fondo incontenibile. Devono essere unici e irripetibili dalla rete. Devono essere un brand che certifica la credibilità di una notizia, non correre appresso agli tsunami emotivi che spesso sono trascinati dai “ serpenti di mare” , le bufale che hanno ossessionato generazioni di direttori.

I giornali , credo, siano oggi bussola, non remo. La loro insostituibilità possibile è nella autorevolezza dei suoi commenti, nell’umiltà con la quale aiutano a orientarsi nel grande caos del presente. Dei “postquotidiani” che prescindono dall’intervistina del politico di terza fila che il lettore ascolta in diretta alla televisione al mattino e cercano costantemente di aiutare a dare spiegazione e senso alle cose che altri hanno già raccontato per un giorno intero. Penso che oggi la redazione di un quotidiano dovrebbe tornare ad essere uno dei luoghi nei quali si ritrova il meglio della cultura del paese. E con una forte soggettività e riconoscibilità editoriale. D’altra parte se il New York Times decide, per la prima volta dal 1920, di pubblicare un editoriale in prima pagina, contro la diffusione delle armi, credo lo faccia per segnalare che il proprio ruolo non può esser solo dire che c’è stata un’altra strage. Che ad un giornale moderno è richiesto di più.

Il quotidiano del duemila deve aiutare a vedere il mondo dall’alto e non a cercare di scorgerlo nella polvere sollevata durante una zuffa. Oggi è un mese dai fatti di Parigi. Sembra un secolo. In mezzo ci sono stati altri fatti sconvolgenti, come Bamako a San Bernardino. Non facciamo in tempo a razionalizzare, a capire, a dare un senso alle cose. Io temo l’emotività, le reazioni determinate dal fegato più che dal cervello, temo la sollecitazione costante della paura. La politica ha certo un ruolo. Ma per me è fondamentale quello della libera stampa. Che può non essere un naufrago che attende la fine dei viveri. Ma la bussola indispensabile per cercare, ciascuno, la sua rotta preferita per capire, almeno capire, il caos.

Vedi anche

Altri articoli