Il gioco del cerino spento. La Spagna torna al voto?

Spagna
epa05119172 Spain's acting Prime Minister and leader of the Popular Party (PP) Mariano Rajoy arrives for a news conferente at Moncloa Palace in Madrid, Spain, 22 January 2016. Rajoy announced that he has turned down a petition from King Felipe VI to form a new government after the country held inconclusive elections last month. Rajoy's conservative People's Party (PP) won the most seats in parliament at the election on December 20, but didn't get enough votes for an absolute majority.  EPA/JUANJO MARTIN

In assenza di qualche elemento di novità, tutto sembra assolutamente bloccato. La formazione del governo è diventata un gioco del cerino che non riesce neanche ad iniziare

La procedura di formazione del nuovo governo, dopo le scorse elezioni del 20 dicembre segnate dalla frammentazione non più arginata dal sistema elettorale, si è almeno per il momento trasformata in una sorta di gioco del cerino. Anzitutto il premier in carica Rajoy ha rifiutato il primo incarico propostogli da Re, costringendo quest’ultimo a un secondo giro di consultazioni. In secondo luogo il leader socialista Sanchez ha a sua volta preavvisato di non voler essere lui a tentare per primo, ma che quel compito spetta a Rajoy o comunque a un candidato espresso dal Pp. Tutti e due immaginano che il primo candidato risulterà comunque soccombente e che, in seguito alla sua bocciatura, potrebbe poi crearsi a favore del secondo candidato un clima di stato di necessità, anche per rispondere al governo regionale secessionista da poco installatosi in Catalogna. Il problema è che il re, a cui spetta dare l’incarico, non può comunque obbligare nessuno ad accettarlo. Al momento la situazione sembra dunque senza uscita perché la Costituzione mette un termine massimo di due mesi per uno scioglimento anticipato a causa della mancata formazione del Governo, ma lo calcola a partire dal primo voto alla Camera; qui però non si riesce proprio a partire perché nessuno vuole andare come primo candidato Premier di fronte al voto della Camera.

La situazione sembra senza uscita perché si tratta non solo di una crisi del sistema dei partiti a cui un nuovo governo dovrebbe dare risposte comunque inedite (la Spagna non ha mai avuto governi di coalizione), ma anche di una crisi costituzionale con spinte secessioniste a cui occorrerebbe rispondere con una revisione della Carta per affrontare in modo più preciso il rapporto centro-periferia, compresa una riforma del Senato. Ora il PP è stato fortemente ridimensionato dal voto degli elettori, ma i suoi consensi sono numericamente necessari per riformare la Costituzione: è possibile umiliarlo sul piano del governo e averne i voti sull’altro terreno? Evidentemente no. Non si può certo costituire un governo con l’astensione determinante di partiti secessionisti e pretendere l‘avallo costituzionale del PP. Al contempo, però, non è neanche immaginabile che il Psoe accetti di fare da stampella al PP, con una sorta di disarmo unilaterale, scoprendosi elettoralmente nei confronti di Podemos semplicemente perché il PP è arrivato primo in voti.

Al momento, quindi, in assenza di qualche elemento di novità, tutto sembra assolutamente bloccato. La formazione del governo è diventata un gioco del cerino che non riesce neanche ad iniziare.

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