Il galleggiamento, eterno vizio della politica italiana

Politica
rsz_giulio-andreotti

Perché Renzi rifiuta la “palude” e forse lancia una nuova sfida

Arnaldo Forlani, Giovanni Leone, Giovanni Goria, soprattutto Giulio Andreotti (che fu anche il suo contrario, però). Sotto certi aspetti Giuliano Amato, Lamberto Dini, Mario Monti fino a – malgré soiEnrico Letta.  Sono presidenti del Consiglio che, nei rispettivi contesti, hanno cercato di galleggiare: che – attenzione – non è necessariamente una cosa dispregiativa perché significa non farsi sommergere e dunque salvarsi e magari salvare il Paese, è insomma il compito del civil servant che mescola moderazione e mediazione scalando le marce per rimettersi in carreggiata.

In omaggio ad Archimede (“Ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido – liquido o gas – riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato”) i politici galleggiatori come prima regola sanno istintivamente evitare tutto ciò che possa trascinarli a fondo, navigano fra gli scogli sempre bordeggiando le coste – il mare aperto non fa per loro – e in realtà non scompaiono mai, caso mai si acquattano nell’erba alta in attesa di tempi migliori.

Certo, nell’accezione più negativa il galleggiamento è parentecon-arnaldo-forlanistretto del “tirare a campare” di andreottiana memoria, si nutre del “troncare, sopire” manzonian-forlaniano, si ispira a una concezione lineare/piatta del vita e della politica, ad un incedere senza scosse, da flâneur che passeggia senza fretta per il labirinto metropolitano, si dispone ad ascoltare tutti con evangelica pazienza prima di (non) prendere una decisione.

Ci sono stati uomini politici che furono chiamati a governare il Paese esattamente per queste loro doti – in verità più proprie dei cattolici che per note vicende filosofiche hanno un senso del tempo più dilatato e meno nevrotico dei laici – quando all’Italia serviva ricorrere al queta non movere tante volte nel Secondo dopoguerra: in fondo il centrismo fu un grandissimo galleggiamento a suo modo propulsivo.

marianorumorgay

Galleggiatori per definizione furono i dc dorotei, gli esempi più limpidi quelli dei vari governi di Mariano Rumor e Emilio Colombo. Quando c’era troppa confusione, soprattutto nel partito-Stato, chiamavano loro. E poi l’acme, il politicismo supremo, la sublimazione della tecnica del potere con i diversi esprimenti andreottiani – di centrodestra o di centrosinistra a seconda delle convenienze – fino al giovane premier Goria dopo gli ardori craxiani, o ancora il sempreverde Forlani, e Amato, quando serviva che fosse la lira a galleggiare, e negli anni a noi più vicini gli esecutivi Dini, poi Monti e Letta che avevano l’onore e l’oneamato_monti_620-defaultre di far galleggiare l’euro dopo gli sconquassi di Berlusconi. Galleggiano meglio i tecnici, perché la decisione politica è in se stessa rischiosa: e dietro cifre e tabelle ci si ripara meglio.

Aldo Moro quando volle seppe galleggiare, ma quando decise si spinse più al largo. Figura troppo complessa, e forse anche da riesaminare (su questo, oggi un lungo articolo di Paolo Mieli sul Corriere della Sera): come anche Giovanni Spadolini e Carlo Azeglio Ciampi (esperienze un po’ troppo brevi), Moro certo non è annoverabile fra i galleggiatori di professione e nemmeno fra i rupteurs italici. Mentre Francesco Cossiga, come premier, fu più galleggiatore: grandissimo rupteur lo fu, com’è noto, solo alla fine del settennato presidenziale.

Fra questo ultimi – ciascuno a suo modo – Amintore Fanfani, Bettino Craxi, Ciriaco De Mita, in parte Massimo D’Alema, poi Silvio Berlusconi Romano Prodi.

BETTINO CRAXI E CIRIACO DE MITA (Stefano Montesi / GIACOMINOFOTO,  - 1993-01-31) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Tutta gente che ha rotto, o cercato di rompere qualche schema, e dunque ha diviso opinione pubblica e sistema politico.

E “antigalleggiatore” è – ça va sans dire – Matteo Renzi, il premier che ha fatto della lotta alla “palude” (altra parola in qualche modo congruente con il galleggiamento, ma qui l’esperienza di riferimento è francese) la sua bandiera più svolazzante.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la sui social "Matte Risponde"?, Roma, 5 Aprile 2016.  ANSA/ UFFICIO STAMPA/ PALAZZO CHIGI/ TIBERIO BARCHIELLI    +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

Logico dunque che Renzi si lasci sfuggire quel “vengano altri a galleggiare”, che viene interpretato come l’antipasto di un clamoroso rovesciamento del tavolo se il 4 dicembre il Sì dovesse soccombere, o che forse più razionalmente va letto come un preannuncio di battaglia politica. Altrettanto naturale che il premier paventi quella “palude” che per lui è il “prima” (tutto ciò che c’era prima) – “È arrivato il momento di uscire dalla palude”, scandì dando il benservito al governo Letta nel febbraio del 2014 – e che può essere, sempre per lui, il futuro dell’Italia – “Se vince il No l’Italia torma nella palude”.

Galleggiare, palude. Tirare a campare meglio che tirare le cuoia, come diceva Andreotti. Ecco, gli incubi di Renzi coincidono esattamente con quei tratti se non salienti certamente centrali nel corso di tutta la vicenda repubblicana.

 

 

 

Anzi, in omaggio a Archimede («ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (liquido o gas) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato»),

Vedi anche

Altri articoli