Il futuro del sud dipende dal sud. E dal Pd

Mezzogiorno
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In nessun posto come nel Mezzogiorno i Giovani democratici hanno l’opportunità di partecipare da protagonisti al cambiamento che il Pd sta realizzando nel Paese

C’è un facile errore che potremmo commettere come democratici del Mezzogiorno dopo le anticipazioni del rapporto Svimez 2015: considerarle la conferma di un destino ineluttabile al quale da tempo siamo stati condannati dai governi centrali. Se gli elettori hanno consegnato al Partito Democratico il governo dell’intero sud Italia non l’hanno fatto per regalarci un primato: hanno chiesto a noi di decidere le sorti delle loro regioni. Anche a noi Giovani Democratici.

In nessun posto come nel Mezzogiorno i Gd hanno l’opportunità di partecipare da protagonisti al cambiamento che il Pd sta realizzando nel Paese: il successo o meno del nostro partito dipenderà dall’aver dato ai miei coetanei motivi validi per non unirsi al mezzo milione di under 35 che dal 2008 hanno lasciato l’Italia. Su coloro che saranno rimasti, sulle risposte che avremo dato loro valuteremo il nostro lavoro tra cinque anni.

Se vorremo essere della partita dobbiamo però iniziare da un atto di sincerità. Siamo davvero convinti che la prima richiesta da rivolgere ai nostri Presidenti sia quella di esercitare più pressione nei confronti del Governo per imporre più trasferimenti? E’ una giusta pretesa, ma rischia di rivelarsi ancora una volta inefficace. Le regioni del sud continuano ad essere beneficiarie nette dei tributi dopo 60 anni di storia repubblicana: domandiamoci perché non si è mai invertita la tendenza, o per lo meno ridotto lo scarto. Può essere un parametro obiettivo da cui partire.

È vero che in sei decenni l’Italia ha investito nel sud un quarto di quello che la Germania in due decenni ha versato all’est, ma una pioggia di finanziamenti basterebbe? Vogliamo ancora ignorare che al sud criminalità organizzata, scorie clientelari e oligopoli corporativi alterano il mercato impedendo qualunque stimolo concorrenziale volto a premiare il merito? Tutti i limiti del secondo meridionalismo, industrialista, non emergono forse dall’aver provato a trapiantare un modello economico trascurando la realtà sociale nella quale avrebbe dovuto funzionare?

Se tutto questo è vero, non ci sarebbe modo peggiore di interpretare la nostra enorme responsabilità che scaricando ancora altrove la colpa delle occasioni perse.  Se dobbiamo scegliere da cosa partire, allora partiamo da noi. La prima scommessa da vincere per i Presidenti democratici è quella di dare al sud una classe dirigente all’altezza, non solo politica ma anche economica e culturale. Liberando chi ci prova dalle catene della criminalità, dei clientelismi e dei familismi. E rinunciando al gioco delle legittimazioni incrociate a somma zero: dove l’incrocio è tra pacchetti di voti garantiti a Roma in cambio di sostegno e sostegno di Roma millantato a consolidamento dei pacchetti di voti. E dove lo zero è la cifra dei risultati finali. E’ tutt’altro che retorica.

Ad esempio: criticare le giunte tecniche, come quella campana, in nome del primato della politica da un’analisi politica corretta, ma lontana dalla realtà di un baratto componentizio che soffoca le nuove classi dirigenti e lontana dell’opinione dei nostri elettori. Insomma: il futuro del sud dipende dal sud. Se avremo il coraggio di assumerci la responsabilità di risponderne da soli avremo già cambiato verso.

A settembre lo diremo dal vivo a Napoli al Presidente De Luca. Lo faremo alla Festa de l’Unita, che dopo anni i Giovani Democratici hanno restituito alla città. Se fosse quella la prima occasione per iniziare un percorso comune?

 

Alessandro Mario Amoroso

Segreteria nazionale GD

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