Il forte segnale dalle elezioni

Amministrative
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La mia preoccupazione è molto semplice. Temo che, continuando così, finiremo per consegnare l’Italia alla destra

Il segnale che esce da queste elezioni è molto forte: la crisi del Pd si intreccia con l’affermazione di un nuovo protagonista, i 5stelle. Una grande incertezza domina la scena. Continuo a pensare che il ruolo del PD (indebolito ma ancor più decisivo per la tenuta del Paese) sia cruciale. Se ne può discutere senza essere “etichettati”? La mia preoccupazione è molto semplice. Temo che, continuando così, finiremo per consegnare l’Italia alla destra. Parlo della destra vera, quella che va al di là delle sigle di un partito, che pensa che la società non esista e considera un popolo come una massa di individui senza storia, idee e bisogni. Il tutto in un clima di egoismi e di odi feroci e in un sistema politico dominato da “tecnici” i quali governano fino a un certo punto perché il governo vero è altrove e diventa sempre più invisibile e sempre meno conte stabile.

Stiamo attenti. Si è visto che la trasformazione del PD in un incerto “partito personale” non funziona. Un partito, se non è una comunità, si disgrega. Se il centrosinistra non è l’espressione di una chiara alleanza sociale in cui la presenza della sinistra e dei suoi valori è essenziale, non ci votano. È impressionante la mappa elettorale di Torino e Roma. Non vinciamo nei quartieri popolari. Il Pd di Napoli che con la sua candidata abbracciata a Verdini non va nemmeno al ballottaggio.

Tutto questo non può essere ridotto alle colpe o alle virtù di Matteo Renzi. È una situazione che interroga tutti. Dobbiamo tutti partire dal fatto che siamo a un passaggio tra i più difficili della storia d’Italia. Non si tratta solo di crisi economica. È in discussione lo statuto e la figura della nazione italiana, il suo posto nella nuova realtà geo-politica del mondo. Ed è proprio questo stato di incertezza che spiega un senso così diffuso di insicurezza, di paura e di sfiducia verso chi comanda. Non basta condannare il “populismo”. Tutto ci dice che per far fronte alle nuove sfide ci sarebbe un estremo bisogno che gli italiani ritrovino le ragioni per lo “stare insieme”, ma in realtà (io temo) stiamo andando verso nuove lacerazioni. Un Paese che perde identità mentre tanta parte della sua storia comune viene ignorata.

Il referendum ci sarà. Spero che non si trasformi in un plebiscito sulla persona del Capo del governo perché ciò ferirebbe l’idea stessa di Costituzione come “casa comune” degli italiani. Bisognerebbe evitarlo. Io penso che le forze più responsabili (pure pensandola diversamente sulla concreta proposta di riforma) dovrebbero sentire il dovere di mettere in campo un pensiero più alto e più comprensivo su ciò che sovrasta le nostre dispute. È verissimo che sono necessari un grande rinnovamento e una svolta radicale del corso politico italiano dopo la fine della Prima Repubblica.

Qui sta la verità di Matteo Renzi. La ragione della forza con cui egli è entrato nella vita politica italiana e ha conquistato il governo. Egli ha sollevato l’esigenza di un grande cambiamento non più rinviabile e della necessità di rimettere in moto il Paese. Come lo sta facendo? E i suoi critici e i suoi avversari come lo stanno contrastando? E in nome di quale idea del Paese? Questa è la vera discussione che bisognerebbe fare, e che ci aiuterebbe a rimettere con i piedi per terra le ragioni profonde di un grande partito pluralista e di governo come vuole essere il Pd.

Ciò che mi sembra essenziale per le forze della sinistra democratica è sollevare con più chiarezza la grande e sempre più inquietante questione sociale: i poveri, gli esclusi, le vittime della grande disgregazione sociale e culturale, le grandi cose che stanno sconvolgendo il mondo. Dopo tutto, la vera spiegazione del voto è questa. Il modo come stiamo discutendo sulla Costituzione non tiene conto affatto di questo. Non si può fingere che si stia discutendo solo sulle virtù e sui vizi del bicameralismo perfetto. Bisogna dire di che si tratta. E capire dove andiamo, verso quale idea dello “stare insieme”degli italiani. Ma sta proprio in ciò la pochezza del dibattito in corso sulla riforma costituzionale.

Il grande argomento sta nell’esaltare il rafforzamento del potere di decidere dei governanti: finalmente – si dice – una “democrazia che de cide”. Benissimo. Ma è impressionante il silenzio sul grande problema della questione sociale, perché è evidente che una crisi così profonda della democrazia richiede di restituire alle istituzioni il ruolo di una democrazia che non deve solo “de cidere”, ma soprattutto “include – r e”. Includere gli italiani. Parlo della comunità italiana di oggi e del blocco di potere ristretto che di fatto la governa.

Non sto parlando di consensi elettorali, ma della “ossatura” più profonda. Parto dai dati più ovvi, elementari. La disoccupazione, specie giovanile, ma soprattutto il bassissimo tasso di occupazione, molto meno della media dei paesi avanzati. Non so se ci rendiamo conto di quanti milioni di persone (tra disoccupati, scoraggiati, lavoratori in nero, precariato) stanno fuori dal circuito del lavoro regolare. Certo, l’Italia ha anche avuto sviluppi straordinari. Ma quanto pesa il fatto del tutto irrisolto che dopo un secolo e mezzo, quasi metà del Paese (il Mezzogiorno) non solo vive con un reddito inferiore della metà rispetto al resto ma consuma molto più di quello che produce? E che al tempo stesso costringe la parte migliore dei suoi giovani a emigrare? Una situazione che non può durare.

Siamo di fronte ormai non a un divario ma a una frattura. Un viaggiatore che oggi da Milano sbarca a Napoli ha netta la sensazione di arrivare in un altro paese. Non parlo poi del peso delle rendite, le infinite rendite prodotte da corruzione, inefficienza dello Stato, improduttività della spesa pubblica, evasione fiscale. Chi sono gli italiani? Non possiamo ignorare il collasso anagrafico e il fatto che siamo insieme al Giappone il popolo più vecchio del mondo. Vogliamo raccontarci che tutto questo è colpa del bicameralismo? Rispetto il pensiero di tanti grandi personaggi. Ma essi dovrebbero anche dire che è sbagliato un indirizzo politico fondato tutto sulla concentrazione del potere e sullo svuotamento di tutti i corpi intermedi (partito, sindacati, associazioni varie).

Il risultato è la creazione di un vuoto sociale e culturale che non può essere riempito dalla propaganda. È a causa di ciò che il primo che passa può diventare sindaco della Capitale. Il cuore del problema dello sviluppo italiano è la creazione di nuovi bisogni, e quindi di legami sociali nuovi. Una nuova soggettività. È giunto il momento di cominciare a stabilire un diverso rapporto tra economia e società. Questo è il punto. Si tratta di mobilitare le risorse non solo finanziarie ma immateriali, culturali, morali di questo paese alimentando la crescita con un mix più raffinato di fattori – economici, ambientali, sociali, umani -. Ecco allora la mia conclusione.

Per avventurarsi su questo terreno occorre avviare un nuovo corso politico. La concezione del comando politico basato sulla contrapposizione tra amici e nemici, dovrebbe essere sostituita da una nuova idea politica intesa come direzione, come costruzione di una nuova egemonia basata sulla partecipazione popolare alla vita dello Stato. Lo Stato come Polis, come il luogo dove i cittadini, pur diversi tra loro, lavorano per un interesse generale, per una casa comune. È questa la grande riforma di cui l’Italia ha bisogno. Ma per questo non servono plebisciti, serve un nuovo patto di cittadinanza e anche un nuovo compromesso sociale. Serve un partito

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