Il finale proibito per l’ossessione di Fede

Olimpia
Italy's Federica Pellegrini looks at the score board after the women's 200 Meters Freestyle semi-final at the European Swimming Championship in Debrecen, Hungary, Friday, 25 May 2012. Photo: Marius Becker dpa  -ALLIANCE-INFOPHOTO

La sua bravura e la nostra attesa hanno costretto la nuotatrice a rifiutare le sconfitte, e la donna a odiarle, come una diminuzione inaccettabile

Pensare che finisca tutto così non mi piace, dice Federica Pellegrini, quando anche la staffetta è un supplizio diviso almeno con altre tre compagne di sventura. Nello sport gli atleti mettono il loro universo umano, ereditato e coltivato, anche dagli altri. Per questo non può accettare un finale così, con due delusioni assai più logiche di quanto si creda. Dovrà imparare da questo giorno doloroso: nemmeno lei, campionessa, può truccare il corso della vita. L’acqua non torna alla montagna, mai.

Aveva appena 16 anni e fu seconda, ad Atene. Le dissero: brava, ma potevi vincere. La travolsero di futuro e quest’ansia l’ha accompagnata, l’ha permeata: pretesero da lei, veneta di paese, una dimensione cittadina, di rango. Si trovò a Milano, non le piaceva ma non poteva arrendersi. Il piatto davanti che fa orrore, da gettare o da divorare, l’anoressia, poi la bulimia «e dopo che fatica per dimagrire e tornare in forma», l’autodistruzione che attrae, non era la nuotatrice a perdere, ma la ragazza. Scrisse un pensiero sui suoi problemi con il cibo (e fu la trama di un cortometraggio), ne parlò con una psichiatra: «Scrivere, aprirmi. Così credo di aver superato il problema». Poi aveva quel tracciato, impossibile da confondere: chi nuota segue una linea scura. La vede a fondo vasca. È la strada, sempre uguale, sempre quella. È il riferimento di chi vive con la testa sotto il pelo dell’acqua: per stare in asse, per risalire e scendere la corsia nel modo più lineare ed efficace. Una vita dietro una linea nera: nuotare come turbinare nelle tenebre. Lo raccontò lei, senza vergogna. Nei sogni, Federica ha incontrato i mostri, «incubi pazzeschi, cado in acqua, parto piano, sbaglio virata». Eppure toccava la piastra ed era un record, una vittoria, una medaglia. «È una combattente, atleta vera, nell’anima, una fuoriclasse con la voglia e la tigna per fare cose impossibili»: la coccolava con queste parole quasi “e t i c h e” Alberto Castagnetti, l’uomo a bordo vasca col cronometro, per anni l’unico rumore per Federica insieme a quello del lavoro. «Ore e ore con la testa sotto – ci raccontò – e la cuffia calzata, il tonfo delicato e sordo delle bracciate. Mi faccio compagnia cantando e pensando a cosa farò la sera, come mi vestirò. Sì, quando mi alleno penso alla vita. E quando gareggio penso a vincere. Detesto le sconfitte, è anche colpa vostra, quando arrivo seconda mi mettete in croce». Poi Castagnetti morì, in grosso anticipo sulla scadenza: da allora, e significa molto, Federica non ha più messo piede sul podio olimpico, mai più un record (anche per il divieto dei super-costumi). Successe 7 anni fa.

La sua bravura e la nostra attesa hanno costretto la nuotatrice a rifiutare le sconfitte, e la donna a odiarle, come una diminuzione inaccettabile. Le ha cercate, anche, perché era il modo di corteggiare le sue paure (come quando si paralizzava sui blocchi prima dei 400 mt), e superarle. L’orgoglio dei campioni è un serbatoio infinito, un po’ avvelenato da superbia e irrealismo, ma lì Federica vuole pescare ancora una gara. E non sarà una vittoria: lei ha nuotato più veloce che a Londra, un secondo e mezzo: è più forte di 4 anni fa, ma il nuoto non è solo assoluto (l’atleta contro il tempo, dunque contro se stesso), c’è anche la relatività degli avversari, due giovanotte, un’americana e una svedese, che le proibiscono sbocchi olimpici e anche europei. Chi oppone a questo ragionamento le feste di Phelps, che ha puntellato la sua leggenda con la vittoria nei 200 farfalla, si confonde sia per diverse grandezze (lui è il maggiore atleta di sempre) e non guarda i fatti con la luce giusta: Phelps ha nuotato 3 decimi più lento che a Londra: ha vinto perché i suoi avversari (gli stessi di allora) sono invecchiati con lui, con meno margine di lui. Anche l’acqua di Phelps va verso il mare, ma abbiamo la necessità di pensare che esistano uomini capaci di risalire la corrente, che sia possibile (per loro, e quindi per tutti) fuggire al destino.

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