Il fiasco di Salvini e un leader con il solo potere di interdizione

Destra
Il Segretario della Lega Nord Matteo Salvini durante la manifestazione di chiusura della campagna elettorale a Roma, 31 Maggio 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Questa tornata elettorale dimostra che il vero dominus del centrodestra rimane Berlusconi, che però non ha più il potere di grande federatore che aveva un tempo

Chi nel centrodestra si aspettava un po’ di chiarezza da questa tornata amministrativa è stato costretto dai risultati a ricredersi. E chi, come per esempio Matteo Salvini, contava di regolare una volta per tutte i conti sulla leadership della coalizione, dovrà attendere ancora. L’exploit della Lega non c’è stato, Giorgia Meloni è stata esclusa dal ballottaggio a Roma, mentre a Milano Forza Italia ha doppiato il Carroccio. Non per questo, però, Silvio Berlusconi (cui auguriamo di lasciare presto la clinica dove è stato ricoverato ieri) può brindare al successo: fuori da Milano, e con la parziale eccezione di Napoli, il suo partito naviga intorno al 5%.

Il tema prevalente, nelle analisi del dopo voto, è quello dell’unità del centrodestra: Milano e, per contrasto, Roma, stanno a dimostrare una verità tanto ovvia quanto politicamente complessa: uniti si vince, divisi non si arriva al ballottaggio (e l’Italicum, com’è noto, lo prevede). Ma l’unità perduta in questa tornata elettorale non è un caso o un accidente: quando in politica non si riesce a stringere un accordo, è perché quell’accordo non è possibile. Di più: la sfida lanciata a Roma da Berlusconi contro Salvini e Meloni è precisamente la risposta al tentativo salviniano di relegare il Cavaliere non in panchina, come seppur a malincuore vorrebbe, ma direttamente in soffitta. E dal punto di vista di Berlusconi, perdere Roma è meno grave che perdere il proprio ruolo.

L’altra metà della mela – Milano – ci offre invece un paradigma opposto, che replica la formula vincente inaugurata da Toti in Liguria l’anno scorso: una coalizione ampia, dove anche le forze più estreme del centrodestra hanno piena cittadinanza, ma alla cui guida c’è un leader moderato. Il risultato del primo turno, soprattutto per le doti personali di Parisi, è stato più che incoraggiante: se poi il secondo dovesse concludersi con una vittoria, il trionfo politico di Berlusconi sarebbe completo. Dove sceglie il Cavaliere, vince; dove non può scegliere, è tuttavia in grado di far perdere anche gli altri. In altre parole, Berlusconi resta il dominus del centrodestra pur non disponendo più né del carisma né tantomeno dei consensi di un tempo.

Di converso, la sfida di Salvini mostra tutta la sua velleitaria fragilità: una forza populista, antieuropea e xenofoba può entrare a determinate condizioni in una coalizione e persino determinarne la vittoria, ma non è in grado da sola di raccogliere i consensi sufficienti per essere competitiva. L’insuccesso di Salvini è del resto speculare a quello della cosiddetta sinistra radicale, e per una medesima ragione: il voto “contro”, qualunque coloritura prenda, ha già nel Movimento 5 stelle il suo riferimento politico privilegiato. Non per caso sia Salvini sia Fassina hanno detto o fatto capire che a Roma scelgono Virginia Raggi, mostrando così una bizzarra, ma non incomprensibile, subalternità a grillini.

È tuttavia anche vero che Berlusconi, da solo, non è più in grado di svolgere quel ruolo di federatore che l’ha reso centrale nell’ultimo ventennio. Il potere di cui dispone oggi è soprattutto un potere di interdizione: e Roma dimostra con quanta spregiudicatezza (o coraggio, a seconda dei punti di vista) sia disposto ad esercitarlo. Ne consegue che il futuro del centrodestra resta gravemente indeterminato: ci sono i voti (un buon 30%), ci sono i partiti (anche troppi), ma non c’è un leader in grado di trasformare gli ingredienti sparsi in un piatto palatabile.

Può darsi che da qui al 2018 –ammesso che la situazione non precipiti a ottobre –Berlusconi e Salvini troveranno un accordo; più probabile, conoscendo l’indole e le ambizioni dei due, che così non sia, e che a destra possa ripetersi, e divenire endemica, la rissosità interna che ha caratterizzato l’Ulivo e poi l’Unione.

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