Il Fatto vorrebbe il capo del governo in autostop

Il Fattone
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Ossessiva campagna sul nuovo aereo di Stato, esempio di incultura istituzionale

Come dovrebbe muoversi il presidente del Consiglio della Repubblica italiana quando decide di incontrare un suo collega fuori dai confini nazionali? Con un volo low cost, un’utilitaria in car sharing, l’autostop? Non stiamo parlando del signor Matteo Renzi, che notoriamente è uno spaccone, ma del capo del governo, che ieri si chiamava in un altro modo e domani si chiamerà in un altro ancora.

Soltanto in Italia si confondono le cariche istituzionali – che rappresentano il Paese, il suo onore e la sua dignità – con chi le occupa temporaneamente. E soltanto in Italia il disprezzo per le istituzioni viene spacciato, fra gli applausi di una minoranza eccitata e urlante, per sensibilità, impegno civile o addirittura etica pubblica.

La vicenda del nuovo aereo di Stato, oggetto da settimane di un’ossessiva campagna del Fatto, è emblematica non tanto perché segnala una polemica in sé inconsistente, quanto soprattutto perché manifesta una profonda, e malinconica, incultura istituzionale.

Sostituendo un aereo più piccolo e vecchio di 15 anni con uno più nuovo e più grande – che peraltro non è stato acquistato, ma preso in leasing – la presidenza del Consiglio ha semplicemente fatto ciò che fanno, regolarmente, tutte le cancellerie del mondo: le quali, come peraltro accade in ogni azienda e in ogni famiglia, periodicamente rinnovano i propri mezzi di trasporto.

Per il Fatto si tratta invece di uno scandalo, aggravato – leggiamo oggi – dal “contratto top secret” che regolerebbe l’operazione. E’ lo stesso Fatto a spiegare che, per ragioni di sicurezza piuttosto ovvie, un aereo su cui viaggiano le più alte cariche dello Stato (compreso naturalmente il presidente della Repubblica) non può essere oggetto di una conferenza stampa.

Ma la secretazione di un’informazione non implica affatto che ci sia l’imbroglio: tanto più che, come precisa ancora il Fatto, “sul contratto può vigilare la Corte del Conti”.

Rispettare le istituzioni non è acquiescenza al governante di turno: è, prima di ogni altra cosa, rispetto di sé.

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