Il Fatto s’inventa i virgolettati di Reichlin

Il Fattone
Alfredo Reichlin

Non è certo un renziano, ma l’ex dirigente comunista nell’intervista non pronuncia le parole che sono nel titolo

Normalmente, un’intervista serve a far conoscere ai lettori l’opinione dell’intervistato. L’intervista è un palcoscenico che viene offerto all’ospite, perché possa esporre al pubblico ciò che pensa. L’intervistatore può obiettare, contestare, argomentare; può persino dissociarsi dalle parole che trascrive: ma non può – non potrebbe – attribuirgli pensieri e giudizi non suoi, o addirittura contrari, di cui non c’è traccia nella conversazione. E’ una questione di rispetto per l’intervistato, ma soprattutto per i lettori: i quali, se per esempio sono interessati a conoscere le opinioni di Alfredo Reichlin, hanno il diritto di conoscerle attraverso le sue parole, non nella caricatura sfigurata che ne fa il giornale che lo ospita.

“Il Pd ha sconfitto e tradito la sinistra”: così, fra virgolette – dunque simulando una trascrizione esatta delle parole di Reichlin – il Fatto titola oggi in prima pagina un’intervista al leader storico del Pci. Purtroppo per i lettori del Fatto, e fortunatamente per tutti gli altri, di quest’affermazione non c’è neppure l’eco nelle parole di Reichlin. Non un accenno, un’allusione, un indizio. Niente.

Intendiamoci: Reichlin non è un renziano. Come tutti i grandi comunisti italiani, è prima di tutto un grande conservatore. Scrive spesso sull’Unità e non manca di far valere il suo punto di vista. E anche nell’intervista al Fatto non lesina le critiche a Renzi: sul rapporto con i sindacati, per esempio, o sulla gestione della crisi di Roma. Ma del Pd critica l’essere nato come assemblaggio di “spezzoni di ceto politico” (dunque si riferisce ad una fase che precede l’arrivo di Renzi) e della sinistra post-comunista dice che “siamo stati sconfitti”, non che il Pd l’ha sconfitta. E al presidente del Consiglio riconosce il suo essere “una personalità straordinaria”, sebbene non sia “il fondatore di una cultura di partito”.

Che bisogno c’è di stravolgere il pensiero di un uomo presentato, giustamente, come “una testa lucida, lucidissima, una delle grandi memorie storiche del nostro paese”? Qual è il vantaggio, lo scopo, il guadagno? E, soprattutto, che cosa spinge Travaglio a pensare che i suoi lettori siano così stupidi?

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