Il Fatto, monumento alla malafede di Travaglio. Ecco tutte le bugie di oggi

Il Noista
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Il numero di oggi è un’enciclopedia di castronerie tipo “Se vince il No è un favore a Renzi”

Un numero da collezione: il Fatto di oggi è una specie di enciclopedia del Noismo, è un livido sabba antirenziano, è una meravigliosa cartolina da un mondo che domenica ci lasceremo alle spalle, è un monumento alla crisi terminale del giornalismo in Italia, ed è anche, last but not least, una spassosa antologia di castronerie destinata ad intasare persino la fantasia complottarda del grillino più sprovveduto.

Dar conto nei dettagli del monumento eretto oggi da Marco Travaglio alla propria malafede è impresa improba, e forse persino inutile: basterà un veloce florilegio per rendere l’idea, allietarci la giornata e indurci serenamente a votare Sì.

Cominciamo dall’editoriale, che al punto 5 – Travaglio oramai procede per editti, bolle e decreti – spiega che “bisogna votare No” per fare un favore a Renzi.

Non è un refuso, avete letto bene: “Se vince il No, non è affatto detto che le prossime elezioni le vincano i 5Stelle. Anzi, paradossalmente è più improbaile”, spiega il direttore, perché senza Italicum Grillo si scorda Palazzo Chigi. E “non è neppure detto che il No farà perdere le elezioni a Renzi: nel 2006 B. perse il referendum e nel 2008 stravinse le elezioni”.

Bisogna dunque votare No per impedire ai grillini di andare al governo e per aiutare Renzi a vincere le prossime elezioni: forse perché se così non fosse, se Renzi malauguratamente dovesse rititarsi dalla vita politica, che ne sarebbe del povero Travaglio e del suo brillante fatturato? Chi lo inviterebbe più in tv, chi andrebbe a teatro ad applaudirne le invettive rabbiose?

Ma è il punto 1 dell’editoriale-editto che merita una particolare attenzione, perché riassume in una sola frase la davvero invidiabile malafede del fronte noista: “Essendo un referendum costituzionale, l’unica cosa che conta è la legge costituzionale: si vota Sì o No alla riforma”. Ma davvero?

Decine di articoli sul Fatto di oggi testimoniano l’esatto contrario: non una parola sulla riforma costituzionale, e fiumi d’inchiostro su qualunque argomento sia venuto in mente ai redattori del giornalino per denigrare il presidente del Consiglio anche, e anzi soprattutto, quando non c’entra nulla.

“Le quattro Italia tradite da Renzi pronte a punirlo col referendum” è infatti il titolo d’apertura: “terremotati, vittime dell’Ilva, delle banche e delle tv” dovrebbero votare No perché il premier li ha “traditi”. Seguono, nelle pagine interne, illuminanti approfondimenti dalla realtà parallela in cui s’è rinchiuso Travaglio.

Marco Palombi scrive ben due articoli per sfogare tutta la sua rabbia contro l’accordo che il governo ha raggiunto con la famiglia Riva e che porterà all’Ilva di Taranto, per il risanamento, poco meno di un miliardo e mezzo di euro.

L’idea che Renzi sia stato capace di far rientrare in azienda (oggi sotto il controllo dello Stato) una somma così imponente manda letteralmente fuori di testa il redattore del giornalino, che prima sostiene l’inesistenza dell’accordo e poi minaccioso si chiede “in cambio di cosa” è stato stipulato.

Enrico Fierro “inviato a Norcia” racconta le difficoltà del dopo-terremoto, ben attento ad ignorare tutto ciò che è stato fatto, per riconoscimento unanime delle popolazioni e delle  istituzioni locali, in aiuto dei terremotati e in risposta alla tragedia. Il suo problema è il signor Romano Regoli, che “ha speso una decina di migliaia di euro per una casetta di legno e due container”. Il che dimostrerebbe che “tra gelo e bugie” i terremotati sono stati “illusi da Renzi”.

Dove? Quando? Il pezzo naturalmente non lo dice: lo sciacallaggio sulle tragedie altrui non prevede l’onere della prova.

Stefano Feltri e Carlo Tecce ricostruiscono con un po’ di fantasia e molta approssimazione le spese sostenute dalla campagna per il Sì: “Il comitato ha soltanto un milione di euro ma il Pd ne sta spendendo più di 10”. Vero, falso? Chi può dirlo: e soprattutto, che importa?

L’essenziale è seminare il dubbio, insinuare l’esistenza di finanziamenti occulti o illeciti, dipingere un partito spendaccione e potenzialmente criminale. “La legge – scrive scandalizzato il Fatto – ci vieta di sapere chi investe milioni per il Sì”. E chi li investe per il No i soldi li ha trovati sotto una zucca?

“Statali, 85 euro giusto prima del voto” è invece il titolo dell’articolo – cinque colonnine in fondo alla pagina 3, nella speranza che nessuno se ne accorga – con cui Luciano Cerasa racconta l’accordo fra governo e sindacati per il rinnovo (dopo sette anni) del contratto del pubblico impiego. Che alcuni milioni di statali abbiano finalmente un nuovo contratto, salutato con entusiasmo da tutte le organizzazioni sindacali, è un’offesa personale di Renzi che gli elettori di certo non dimenticheranno.

Virginia Della Sala denuncia scandalizzata la presenza del premier in tv (“Renzi in onda a reti unificate per il Sì: così il premier straborda nei tg di tutti i canali”) e cita a conferma dello scandalo una ricerca condotta dall’Osservatorio Mediamonitor Politica della Sapienza. Peccato che la ricerca abbia riscontrato un sostanziale equilibrio nell’informazione televisiva, rilevando come la maggiore presenza di Renzi rispetto agli altri leader dipenda dal fatto che Renzi è il presidente del Consiglio, e dunque in tv parla anche dei provvedimenti del governo. Possibile che al Fatto non sappiano chi siede a Palazzo Chigi?

La pagina dei commenti ospita una ponderata riflessione del pittoresco Antonio Ingroia (“Uno solo al comando è un favore alle mafie”) e una pacata analisi del non meno pittoresco Maurizio Viroli (“Se vincerà il Sì avremo un padrone della Repubblica sostenuto da illusi, da servi volontari, da cortigiani astuti”). Nessun pesce vorrà mai farsi incartare da una simile pagina.

A seguire, un’ampia intervista di Alessandro Ferrucci a Sabrina Ferilli: “Sono dei piazzisti di pentole che hanno promesso di tutto”. Ma lei, Miss Noista, non si dà per vinta: “Ho troppa paura che possa vincere il Sì, meglio non mollare a costo di prendere altri insulti”. Non è chiaro chi abbia insultato la Miss: di certo, ogni riga del Fatto è un insulto al buonsenso.

Infine, non poteva mancare Banca Etruria. E qui Travaglio, come prevedibile, riesce a dare il meglio di sé. In prima pagina il richiamo alla banca è tutto in chiave antirenziana: “Assolti gli ex vertici. Ma anche i vigilanti, cioè la Banca d’Italia, non pagheranno. Il conto è arrivato solo ai risparmiatori falliti”. Veramente? E chi lo sa: la notizia è un’altra.

E cioè, come scrive Giorgio Meletti, che l’ex presidente di Banca Etruria, Giuseppe Fornasari, è stato assolto dall’accusa di “ostacolo alla vigilanza”. Ma Fornasari non c’entra niente con il governo, né con il fallimento della banca, né con la gestione successiva, né con la presunta truffa agli investitori.

Esausti, posiamo il Fatto e ci guardiamo rasserenati intorno: l’Italia è proprio un’altra cosa.

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