Il fango e la speranza

IeriOggi
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A Firenze si scrive una delle pagine più belle della storia repubblicana

Venerdì saranno trascorsi cinquant’anni, mezzo secolo, dal giorno in cui Firenze fu coperta dall’acqua dell’Arno. Quelle ore le ricordo, ero bambino. Ero alla stazione Termini ad aspettare mia zia che doveva arrivare da Milano. Allora era un viaggio che durava più del doppio di oggi. Allora non c’erano telefoni cellulari, avvisi sui display, immagini sui maxischermi.

Allora le cose si sapevano quando qualcuno, forte della sua autorità, te le comunicava, ad ore prestabilite: la sera per il telegiornale, il mattino per il quotidiano. Quindi, in quella sera fredda di novembre, si succedevano solo indicazioni di ritardo sui tabelloni della stazione, con i numeri di plastica che cambiavano facendo rumore e ruotando su se stessi. Aspettammo per ore quella zia bloccata sui binari sommersi dal fango.

Ora viviamo tutto in diretta, con un coinvolgimento emotivo che sembra eccezionale. Allora tutto era registrato, lento, in bianco e nero. Ma l’Italia forse diventò a colori quando dei ragazzi scoprirono improvvisamente, sotto quella poggia, di essere diventati grandi. Nella decisione di partire da casa, di sfuggire ai consigli delle mamme di indossare la maglia di lana, di ignorare gli apocalittici richiami ai rischi del caso c’era il deposito della modernizzazione e di un nuovo spirito di libertà.

Nei ragazzi che si misero gli scarponi e scavarono nel fango, in quelli che presero ad asciugare incunaboli di cui forse non conoscevano l’origine, c’era tutto: la musica e i vestiti beat, la minigonna, la carica eversiva di Holden, il Vietnam, le canzoni di Tenco e di Paoli, la scolarizzazione di massa, l’affermazione della televisione. I ragazzi sentivano di poter essere un soggetto autonomo e non solo gli esecutori di ordini paterni. In quel fazzoletto di anni cambia tutto, con la velocità di una macchina lanciata a “fari spenti nella notte”.  Erano passati solo venti anni, poco più della distanza di oggi dall’undici settembre, dalla fine della guerra.

Eppure era nato un mondo nuovo, irriconoscibile per chi lo confrontava con la brillantina sui capelli degli adolescenti, le ferrovie bombardate e le strade prive di auto della fine degli anni quaranta. Firenze è l’alba di un nuovo mondo e la culla di un modo di sentire la vita, la relazione con gli altri, l’impegno civile e politico. Qualcosa che aveva un precedente solo nella lotta di liberazione ma che ora si allargava fino a comprendere una massa sterminata di giovani che si sentivano direttamente interpellati dalla società, come incaricati di cambiarla per farla a somiglianza dei bisogni di libertà, di giustizia e di autodeterminazione che una nuova generazione veniva assaporando come condizione di vita.

I ragazzi italiani scoprivano che l’orizzonte della propria vita non erano le tre “m” di macchina, mestiere , moglie ma la ricerca, come un viaggio nel sogno e nel fango, di un nuovo modo di vivere e di pensarsi in rapporto agli altri. Vennero da tutto il mondo, a Firenze. La globalizzazione era allora, in primo luogo, il bisogno di sentirsi parte di ogni bisogno di libertà, ovunque esso si manifestasse. Hanoi era dietro l’angolo, come Berkeley o la foresta boliviana. Gli altri erano noi.

La società affluente, in crescita permanente e sicura, postulava una più equa distribuzione delle due cose più importanti della vita: il pane e la libertà. Ora ai cittadini di un piccolo e civile paese italiano appaiono un pericolo da respingere delle donne che scappano dalla guerra e dalla fame. Ora ai militanti avvelenati di Trump sembra necessario costruire un muro. Ora a ragazzi islamici sembra necessario farsi esplodere per uccidere chi professa una religione diversa dalla loro. Io, noi. Lungo questo crinale la storia del pensiero collettivo ha oscillato. L’io vince in tempi in cui il pane scarseggia e il noi quando la ricchezza cresce. È duro dirselo ma è così. Ma quando l’Io – io di religioni, di stati, di culture, di colori della pelle – ha prevalso, alla fine è sempre finita male. I sostenitori di una società aperta non possono limitarsi a predicarla.

Devono trovare, con la fatica necessaria, le giuste soluzioni, le giuste parole, le giuste emozioni per strappare l’io al suo incupimento accidioso, alla sua rabbia egoista, alla sua furia distruttiva. C’ è un grande smarrimento, in questo inizio di millennio. L’America sull’orlo di un precipizio ci racconta questo. Quei ragazzi del 1966 avevano voglia di cambiare il mondo e lo hanno fatto, in buona parte lo hanno fatto. Ma, se ancora hanno un po’di quella luce negli occhi, devono aiutare chi oggi ha venti anni a coltivare la realistica speranza che si possa fare, ancora. «È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità», non dimentichiamolo mai.

(Articolo pubblicato su l’Unità domenica 30 ottobre 2016)

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