Il dovere di un grande Paese

Referendum
comunicazione-politica

Uno scontro referendario che diventasse lotta per la suprema zia sarebbe un danno per il Paese

La vicenda umana sta affrontando il complesso e concitato sviluppo non solo di nuove politiche, ma anche delle condizioni per “aggiornarne” identità ed equilibri. L’Europa non è più simile a quella di quindici anni fa; né sorte migliore è toccata, per vari versi, agli Stati Uniti che oggi, tra i candidati alla presidenza, hanno avuto un magnate, Donald Trump, il quale eccitava il suo parterre elettorale cui orgogliosamente garantiva la distruzione del “political correct” per esempio confermando il diritto a “un’arma difensiva”, da inserire tra le libertà democratiche della nazione americana. Una promessa incentivata dall’improvviso risveglio dell’11 settembre 2001, quando gli appiccatori di incendi presero a dire che l’Islam, deciso a liberarsi da una storica frustrazione per avere mancato il suo incontro con la modernità, e non volendo venir meno a principi di moderazione, ha lasciato, di fatto, che frange variamente islamiste si intestassero la responsabilità di creare e gestire strategie violente, criminali, terroristiche, costituite nel nome di una “libertà” che in Turchia riconosce a un ambiguo dittatore la facoltà di valutare la convenienza politicoelettorale della pena di morte, nel frattempo imprigionando decine di migliaia di maestri e professori, magistrati e intellettuali, giornalisti e burocrati, impiegati e dirigenti, generali e soldati con il pretesto di un “golpe” dall’origine molto dubbia, e spogliando d’ogni “diritto di cittadinanza” tutti i presunti responsabili di un singolare reato: un’inclinazione democratica, laica, liberal-socialista “in palese contrasto con lo spirito e l’ordinamento politico religioso dello Stato islamico”.

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