Il digitale è la sfida del futuro

Innovazione
Word Cloud "Big Data"

Forse nulla è perduto se sapremo passare al terzo illuminismo, non quello dei dati impersonali e della ragione asettica ma neanche quello dell’angoscia che porta a vedere il futuro come una perenne catastrofe incombente

Byung-Chul Han nel saggio “Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere”, uscito solo recentemente in italiano, riflette sulla società odierna, quella del neoliberalismo. In tedesco libertà (Freiheit) e amico (Freund) hanno la stessa radice, a voler sottolineare che la libertà si manifesta soltanto in una relazione dove ci si sente felici con l’altro. Oggi invece secondo il docente di filosofia, ognuno è diventato imprenditore di se stesso e viene inconsapevolmente sottoposto ad una forma di autosfruttamento subdola, dal momento che si illude di lavorare per soddisfare bisogni che sente propri ma che al contrario, sono indotti dall’esterno. Tutto è reso misurabile per sottoporlo alla logica del mercato.

Cosa consente questo controllo capillare? La rete, il digitale come tecnica di potere. Si crede che la comunicazione e il flusso informativo illimitato generino libertà ma in realtà non è così. I social media assumono l’aspetto di un panottico digitale. Nel panopticon di Jeremy Bentham, i detenuti erano separati per tagliare ogni forma di comunicazione. Nel panottico digitale, di cui i social rappresentano una manifestazione lampante, si verifica l’opposto. Ognuno vuole condividere, esporsi e lo fa volontariamente in nome della trasparenza senza un grande fratello che estorce informazioni.

L’idea che qualcuno controlli ogni aspetto dell’esistenza umana inevitabilmente porta a ripensare a 1984 di Orwell a cui Han non può che fare riferimento. Vi sono però a suo dire differenze. Il romanzo Orwelliano è dominato dallo spirito della Guerra Fredda e dalla negatività dell’antagonismo, c’è il Ministero della Verità che controlla il passato per adattarlo all’ideologia. Oggi invece c’è la trasparenza e l’informazione rivolta al futuro.

La condizione umana è realmente questa? A mio giudizio, un punto centrale non è tanto il condividere ma il cosa condividere. Han legge in maniera critica il mezzo, ma chi fa politica, deve preoccuparsi del cosa più che del come. Ad esempio una caratteristica dei social è l’immediatezza. Una notizia appena condivisa viene ripresa, ognuno diventa fonte per qualcun altro, spesso senza verificarne l’attendibilità. Il problema è che è più facile condividere u n’informazione che smentirla. L’effetto cascata delle bufale è inarrestabile. L’accesso ai dati, quelli veri e verificabili è possibile ma impiega tempo. Anche il fact-checking più celere non riuscirà mai a vincere sulla velocità della condivisione.

La lotta è impari come quella tra velocità del suono e della luce solo che qui al contrario, la velocità del suono, il clamore della bufala vince sulla velocità della luce, ovvero del dato verificato. Han sostiene che l’uomo sia un consumatore in ogni aspetto della sua vita, ruolo che non abbandona nemmeno al momento del voto, rinuncia alla costruzione attiva della comunità, alla politeia, per regredire invece alla mera condizione passiva di spettatore. Sono rimasto sconcertato da questa visione nichilista dell’esistenza umana ma abbandonando un attimo la lettura che ne fa Han, quella dell’uomo che subisce passivamente la politica senza viverla non sembra affatto un’esagerazione. La disaffezione nei suoi confronti, la protesta sterile a cui non segue alcuna proposta, il lamento cupo e perpetuo non rappresentano forse una larga parte della società? Han ne propone una causa ma quello che mi preme maggiormente è che la condizione descritta rappresenta purtroppo l’ humus ideale del populismo attuale.

Han sostiene che la trasparenza della rete non si traduca in una pretesa di trasparenza politica durante i processi decisionali, ma che essa serva esclusivamente a smascherare i potenti. In effetti, chiunque si trovi a frequentare i social non può fare a meno di notare il livore presente, l’hate speech assurto a modalità comunicativa prevalente. Un altro aspetto centrale dell’intera riflessione di Han riguarda i big data. Nel panottico benthamiano, legato all’ottica prospettica, sono inevitabili angoli ciechi. In quello digitale, che è a-prospettico, invece non si sono angoli nascosti e si può scrutare anche nella psiche.

Sul New York Times del 4 febbraio 2013, riporta Han, David Brooks parla di dataismo «se mi chiedeste di descrivere la filosofia oggi in ascesa, direi che è il dataismo. Abbiamo oggi la capacità di raccogliere enormi quantità di dati. Questa capacità sembra portare con sé una certa tesi culturale: tutto ciò che può essere misurato, deve essere misurato, i dati sono una lente trasparente e affidabile, che ci consente di filtrare pregiudizi di natura emotiva e ideologica; i dati ci daranno la possibilità di realizzare cose straordinarie, come predire il futuro [..] La rivoluzione dei dati ci offre uno strumento eccezionale per comprendere il presente e il futuro».

In effetti, tornando al momento elettorale, è vero che si utilizzano big data e data-mining, in Usa ad esempio le informazioni raccolte vengono addirittura vendute da società. Questi dati servono a vari scopi: a prevedere preferenze elettorali e diventano la base del micro-targeting per potersi rivolgere alle persone in modo mirato proprio alla stregua di un prodotto reclamizzato. Nel primo Illuminismo la disciplina per eccellenza era la statistica posta alla base di un sapere oggettivo perché fondato su cifre e numeri. Secondo Han invece il secondo Illuminismo si fonda sulla trasparenza e sulla “rete trasparente e affidabile” del Dataismo, che però produce a suo dire una dittatura dei dati, si illude di abbandonare un’ideologia per crearne invece paradossalmente un’altra, quella del totalitarismo digitale. Il secondo Illuminismo per il filosofo coreano è l’età del sapere guidato dai dati. Diventa allora necessario un Terzo Illuminismo, che ci liberi da questa ulteriore forma di servitù.

La misurabilità di ogni cosa, il quantified self il cui motto è self knowledge through numbers, infatti ci illude. La vera conoscenza di sé non è fornita da dati e numeri. Han sottolinea che contare, aggiungere dati, accumulare secondo una modalità additiva, non equivale a raccontare. In breve, i dati sono additivi e non narrativi. I big data ci danno l’illusione della prevedibilità del comportamento umano ma quest’ultimo è imprevedibilità, è narrazione, è il frutto di un sillogismo. Dunque forse nulla è perduto se sapremo passare al terzo illuminismo, non quello dei dati impersonali e della ragione asettica ma neanche quello dell’angoscia che porta a vedere il futuro come una perenne catastrofe incombente. Non quello che conta dati ma quello che racconta basandosi anche ma non solo su questi ultimi. La rete è un flusso, chi vuole contribuire a narrare il futuro deve proporre una direzione.

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