Il cuore o la Borsa?

Brexit
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Rattrista, dispiace, ma non sorprende l’esito di tante elezioni. Meraviglia, casomai, che questo rifiuto non assuma forme peggiori, più violente. Ma per questo c’è sempre tempo

L’Inghilterra ci lascia, e la prima, spasmodica, attenzione di tutti, media in testa, è per il crollo delle Borse. Costi. Speculazione. Valute. Visti. Alla fine, il primo giorno della rottura del legame con l’Inghilterra, è dominato dal denaro. Preoccupazione comprensibile, ma agghiacciante. In questa reazione si svela infatti anche perché e cosa abbiamo perso: il referendum sulla Brexit è stato ridotto, da una parte e dall’altra della Manica (e dell’Atlantico), a una pura questione economica.

Cosa mi serve, quanto mi serve, cosa è mio, cosa mi può essere sottratto? Il dibattito in Uk si è ridotto a materia di mera convenienza. Con una City ossessionata dalla caduta dei profitti, il Remain impegnato in una raffica di numeri da terrore, e il Leave impegnato sui costi con lo stesso piglio di terrore. Dall’altra parte del braccio di mare, non si è fatto meglio: la classe politica europea ha adottato la stessa gretta lingua dei conti – ve la faremo pagare, vi puniremo, vi costerà tutto quello che finora non avete ancora pagato – e le istituzioni internazionali, FMI, BCE, vocianti alternativamente rassicurazioni e minacce.

Denaro, denaro, denaro. Preoccupazione certamente umanissima, ma riconducibile solo all’arido osso del chi e per chi, qui e ora. Non solo rispetto al futuro. Ma, anche – e questo è davvero sconcertante – rispetto al passato. Una voce non abbiamo sentito infatti. La voce di qualche leader del nostro continente che dicesse con chiarezza all’Inghilterra: “Per favore rimanete. Rimanete perché qui, su questi nostri territori giacciono le ossa di migliaia di vostri uomini, padri, mariti, figli, fratelli che hanno perso la vita per salvare non solo l’Inghilterra ma anche noi”. Con l’addio inglese si rompe infatti molto di più di un equilibrio economico. Nelle urne si lascia una parte rilevante delle nostre memorie, la vita forgiata insieme, nel bene e nel male, da vari popoli negli ultimi secoli.

La intera generazione di giovani, fra cui le migliori menti delle Università Inglesi, che perse la vita nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. E Churchill, con la sua ostinata e solitaria ambizione di salvare l’Europa, e le migliaia di Inglesi morti nella Seconda Guerra Mondiale, per salvare il nostro continente dal Nazismo, dal fascismo, dal comunismo, e da sé stesso. Ora che l’Inghilterra volta le spalle alle nostre sponde, sarà considerato con occhi diversi anche il loro sacrificio? Con l’addio viene seppellito definitivamente una parte rilevante del nostro Novecento.

Il rifiuto dell’ Europa unita è la tomba anche della Fenice rinata dalla fine del Secolo breve e delle sue ossessioni totalitarie. È un altro grande atto di quella rottura con il passato nata sul crinale degli anni 2000 spinta dalla globalizzazione, e dalla nuova rivoluzione industriale della Rete. Non c’è nulla di male ad archiviare il passato. Ma dobbiamo anche guardare a cosa siamo diventati. Un mondo in cui l’unico motore della nostra economia non è più la dignità di quel che si produce, ma la quantità di ricchezza che si eroga o si guadagna. In cui l’unica legittimazione politica è quella della gestione della spesa e delle tasse. In cui governi che da anni ormai sono gestiti da ragionieri, hanno dato vita a una Europa, e a un Occidente, uniti solo dal collante di regole amministrative.

Il rifiuto di questo sistema è l’onda che attraversa l’intero pianeta, come è ormai chiaro a tutti, e che ne sta sfaldando l’intero assetto. Rattrista, dispiace, ma non sorprende dunque l’esito di tante elezioni. Meraviglia, casomai, che questo rifiuto non assuma forme peggiori, più violente. Ma per questo c’è sempre tempo.

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