Il corpo a corpo fra Hillary e Trump

Usa2016
epa05577172 Workers put the finishing touches on the debate stage where Republican presidential nominee Donald Trump and Democratic presidential nominee Hillary Clinton will spar at their second presidential debate at Washington University in Saint Louis, Missouri, USA, 08 October 2016. The two candidate will square off one final time at a debate scheduled for 19 October in Las Vegas, Nevada.  EPA/JIM LO SCALZO

Il secondo dibattito non poteva che iniziare con Hillary che attacca sulle donne

Non si può nemmeno rimanere scandalizzati. Le premesse c’erano tutte e già prima che fosse diffuso il famigerato video con le frasi sessiste si era vista parecchia spazzatura. Siamo molto oltre il temperamento da sbruffone, l’arroganza da tycoon miliardario, le sparate da clown prestato alla politica. Con Trump le presidenziali americane sono state trascinate in un gorgo in cui le differenze sulla politica interna ed internazionale sembrano una litania recitata per devozione mentre sono sopraffatte dalla feroce contrapposizione tra due caratteri, due corpi, due voci, persino due capigliature, due candidati destinati a combattersi senza limiti.

Il secondo dibattito non poteva che iniziare con Hillary che attacca sulle donne, sul modo in cui Trump le ha imbarazzate, umiliate, offese: “l’abbiamo visto insultare le donne, valutarle da 0 a 10, denigrare Miss Universo. Uno così non può essere adatto a guidare la nazione”, dice Hillary. E infatti Donald ha usato la brutalità del linguaggio come arma privilegiata della sua campagna elettorale. Se l’è presa con musulmani, latini, donne, disabili, generali a quattro stelle e famiglie di eroi di guerra. È stato ruvido nei giudizi, diretto nel disgusto verso le minoranze, barbaro nell’invettiva contro chi gli capita sotto tiro.

Ma non s’era mai visto, nemmeno nella repubblica delle banane a cui abbiamo talvolta noi stessi assomigliato, che uno dei candidati minacciasse l’altro, in caso di successo, di inquisirlo e sbatterlo in galera. Il Donald ha proprio detto: «Se vinco darò incarico al Procuratore Generale di nominare un investigatore indipendente (uno special prosecutor) per indagare sulla tua situazione. Non ci sono mai state tante bugie, tanta disonestà. La gente è furiosa. Dovresti vergognarti». E a Hillary che chiosa «è veramente un bene che uno con il temperamento di Donald Trump non abbia in mano la legge in questo Paese», lui controbatte …«perché andresti in carcere!».

Dopo questa prova, alcuni leader repubblicani che avevano già deciso di rimanere a braccia conserte in attesa di essere persuasi da Trump, rimarranno con elevata probabilità dove sono. Paul Ryan è tra questi il più alto in grado. Niente di meno che il numero uno del partito nelle istituzioni federali: lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, la poltrona più influente del Congresso. Altri avevano già esplicitamente detto che non lo avrebbero sostenuto e ora a maggior ragione rimarcano la posizione. I Bush erano stati tra i primi a dubitare. Oggi hanno un ulteriore motivo per mettere una distanza di sicurezza tra loro e Trump, dopo che l’ultimo rampollo della famiglia è stato immortalato a solidarizzare con risatine accondiscendenti di cui ha dovuto scusarsi con le frasi da spogliatoio del Donald.

Ma ora vengono allo scoperto anche singoli Senatori con spalle apparentemente meno larghe di questi grandi calibri. È più facile da spiegare che lo facciano la senatrice Susan Collins del Maine o Mark Kirk dell’Illinois, repubblicani eletti in stati tendenzialmente liberal. È meno ovvio ed è un segno più pesante che lo facciano anche Ben Sasse e Lindsey Graham, senatori di due stati «rossi» (conservatori) come il Nebraska e il South Carolina. Invece, il super-conservatore super-religioso Ted Cruz mentre aveva detto di non poter sostenere uno che attacca la sua famiglia (riferendosi alle offese rivolte a sua moglie Heidi) ancora non ha fatto sapere cosa pensa degli attacchi all’istituzione familiare che pure dovrebbe avere in gran conto. Nemmeno questo è un caso.

Il vantaggio di Hillary è ora di circa sei punti. Una misura che lascia poco scampo a Trump, tanto più se la si proietta, stato per stato, sul numero dei grandi elettori. Ma rimane il fatto che la fuga degli elettori da Trump non è affatto rovinosa, che quindi di sicuro non uscirà dalla competizione e che perciò da qui all’8 novembre c’è ancora tempo per vedere di peggio.

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