Il contropiede di Renzi

Governo
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi al Senato durante le comunicazioni in vista del Consiglio Europeo di giovedì 17 e venerdì 18 dicembre. Roma 16 dicembre 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Il premier dimostra di non avere alcuna timidezza né timori reverenziali verso l’impressionante deriva del governo europeo, diversamente dai predecessori

L’Italia “si sta isolando”, “Renzi è su una strada di totale consapevole incoerenza”, “troppa veemenza”, “toni che hanno precedenti nelle fasi più instabili del nostro passato e quasi mai hanno prodotto esiti”, “in Europa non si fa così”, “aumenterà antiitalianismo e antieuropeismo”, “ma cosa pensa di ottenere litigando?”, “c’è bisogno di rispetto del galateo diplomatico”, “la corda non si deve tirare”, “non deve esagerare”… Da Eugenio Scalfari a Paolo Mieli, da Mario Monti a Enrico Letta, da Laura Boldrini ai piani alti delle austere e irritate diplomazie, da giorni il premier è sotto osservazione per le sue “posture baldanzose”. Questo solo perché dimostra di non avere alcuna timidezza né timori reverenziali verso l’impressionante deriva del governo europeo. Diversamente dai predecessori che si sono sempre tenuti alla larga da eccessive polemiche con il governo di Bruxelles, Renzi ha cambiato passo e non lecca più gli euroburocrati ma li mette giustamente sotto stress, accendendo i riflettori sui loro guasti e quelli dell’austeriry e della presunta sacralità del rigorismo, e sulla debolezza della Commissione Juncker in crisi verticale di credibilità, la più grave dalla stagione dell’allargamento ad Est, probabilmente al suo ultimo giro prima del coupe de theatre del ribaltone, magari con l’arrivo di una leader del calibro di Angela Merkel, in grado almeno di rappresentare l’Unione su tutti i tavoli con una autorevolezza che a questa Europa manca da tempo.Il claim dei preoccupati è: “Prudenza Renzi”. Ma è una headline solo difensiva e perdente nel tempo in cui tutto è in movimento e alle truppe di euroscettici si aggiungerà martedì, come anticipava ieri Huffington Post, anche l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, ultima icona della politica pop, che lancerà da Berlino il suo Democracy in Europe Movement con una photo opportunity che andrà da Corbyn ad Assange all’ex ministra francese Cécil Duflot a Brian Eno. In un contesto politico ormai terremotato e di fronte a sfide epocali, Renzi ha aperto un conflitto da europeista convinto sulla linea dell’utopia e della visione degli Altiero Spinelli e Jean Monnet, Mitterrand, Helmut Kohl e Jacques Delors, battendo finalmente i pugni sul tavolo, avendo a cuore il presente e il futuro dell’Europa e non la difesa delle debolezze e delle inadeguatezze e del grigio tecnicismo monetario che hanno favorito quasi ovunque le rendite dei populisti. Era l’ora del contropiede, dopo aver subìto l’Europa dei muri di cemento e filo spinato, del ritorno delle frontiere di Schengen e degli annunci dei rimpatri di massa modello svedese. Serve più Europa e serve più politica per ridurre spazi ai piazzisti dell’intolleranza che costruiscono le loro fortune elettorali sul dramma dei rifugiati e sui legittimi timori dell’opinione pubblica. E qualcuno ironizzò sul solo capo di un governo europeo che, dopo il massacro di Parigi, decise di investire un euro nella lotta al terrorismo e un euro in cultura. Un potente messaggio e un assist per quel socialismo europeo che non trova più nemmeno le parole. Renzi, comunque la pensiate cari miei, ha il coraggio di restituire nitida la differenza di risposta tra destra e sinistra, sta aprendo un varco culturale e politico e gioca il suo prestigio nella costruzione della rete della moderna sinistra europea che farà una prima tappa nel vertice di Parigi del 12 marzo con al centro la crescita. Recupera nei sondaggi perché sta rappresentando il sentiment degli italiani, e piace l’Italia che ha smesso di prendere lezioni e ordini dall’ultimo dei commissari, ed ha un approccio con l’Europa da paese fondatore e da contribuente più attivo del bilancio comunitario (18 miliardi l’anno, e 11 di ritorno), forte delle riforme fatte e per essere oggi crocevia di diplomazia mondiale per l’exit strategy sulla Libia o per la lotta al terrorismo globale con un impegno che lo stesso John Kerry definisce «grandioso». Serviva un urlo europeista liberatorio. Un’Italia che parlasse chiaro e con l’orgoglio da “grande potenza” una volta chiusa la stagione del “cucù” alla Merkel e dei diktat della Troika. Abbiamo tutto il diritto di farlo di fronte ad una Ue che concede di tutto alla Gran Bretagna per scongiurare la Brexit; grazia la Germania da infrazioni, dieselgate, aiuti di Stato e salvataggi di banche; permette alla Francia lo sforamento dell’anacronistica regola-vincolo del 3%. E noi zitti dopo aver fatto anche l’ultima manovra tutta dentro le famose “regole” e sotto il rapporto deficit-piI di fronte a censure e moniti di Weber o dell’Anonymus della Commissione? L’Italia fa bene a non inchinarsi più, a riaprire i dossier, a verificare la distanza tra impegni presi e i loro impatti sulla ripresa. Una grande mission aveva questa Commissione: varare un grande piano di investimenti per la crescita. Un mezzo flop. A un anno di distanza, il Piano Juncker finanzia appena 50 miliardi di euro a fronte dei 315 previsti nell’arco di tre anni: il 15% del totale. Motivo? Il Piano non aveva futuro, era un gioco di prestigio e utilizza meccanismi del tutto simili a quelli di un normale istituto bancario, finanziando infrastrutture che le imprese (è il caso dei 300 milioni di prestiti alle nostre Fs) riescono a mettere tranquillamente in cantiere senza Juncker. Avremmo invece bisogno di aggiungere investimenti pubblici ma nella fiacca Europa le opere pubbliche non sono un target. Ecco cosa difende l’Italia quando chiede più investimenti, riforma della zona euro, sussidio europeo contro la disoccupazione, uno spazio Schengen più efficiente con un corpo di polizia europea delle frontiere esterne, un asilo comune europeo, la gestione delle emergenze con una strategia e visione d’insieme. Non solo gli interessi nazionali (lo fa nei singoli dossier) ma gli interessi e una idea di Europa.

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