Il confine tra destra e sinistra

Europa
Sono 860 i migranti, in gran parte eritrei e somali, giunti questa mattina al porto di Crotone, a bordo della Bourbon Argos, la nave di Medici senza Frontiere, che li ha soccorsi nel Canale di Sicilia mentre si trovavano su due barconi, 5 settembre 2015. ANSA/QUOTIDIANO DEL SUD

Ora si deve vedere, nitida, la differenza tra destra e sinistra. Ora, di fronte alla tragedia di decine di migliaia di persone che lasciano la loro terra, il paese in cui sono nati e in cui si parla la lingua che conoscono da sempre, per sfuggire alla morte

Ora si deve vedere, nitida, la differenza tra destra e sinistra. Ora, di fronte alla tragedia di decine di migliaia di persone che lasciano la loro terra, il paese in cui sono nati e in cui si parla la lingua che conoscono da sempre, per sfuggire alla morte. Ora si “ parrà la nobilitate” di una sinistra non balbettante, non indecisa a tutto. Dico sinistra, ma potrei dire pensiero democratico. Che, per sua natura, include, combatte le diseguaglianze inaccettabili, si sforza di difendere i valori della libertà ,dei diritti, della pace.

Quel pensiero è chiamato a mostrare oggi la bellezza della sua identità, la concezione che ha della vita e della società. Lo deve fare a viso aperto, senza timidezze. È stato così, nella storia, che la sinistra e le correnti democratiche hanno fatto capire, battaglia civile e culturale, che i neri non erano carne da macello, vite da schiavi. È stato così che si è fatto capire che le donne potevano votare, conquista del tardo novecento. Questo siamo noi, questo sono state le grandi società democratiche del nostro tempo.

Cosa sono stati capaci di fare ad esempio gli Stati Uniti nell’integrazione di comunità, ispanica o asiatica o italiana, che sono diventate tanta parte dell’assetto sociale, civile, economico di quel paese? Battaglia civile, culturale, politica. A viso aperto, senza scrollare le spalle di fronte a timori, comprensibili, da parte di una società impaurita come la nostra, invecchiata come la nostra. La democrazia deve saper conciliare integrazione e sicurezza. È forse questa la nuova grande sfida che ci attende. Oltre e contro la costruzione di questa armonia ci sono i populismi xenofobi o gli integralismi fanatici. Gli uni e gli altri fondati sulla paura dell’altro, sulla cultura dell’egoismo e del particolare, sulla furbizia cinica dei seminatori di odio. Tutti ingredienti con i quali si sono fatte le guerre e le dittature. Bisogna saperlo.

La nostra è la civiltà delle immagini. Sono ovunque, nei telefoni cellulari e sui tablet, in televisione, sui computer. Ci inseguono, con la loro forza, ci scuotono e ci fanno pensare, ci commuovono e ci indignano. Si dice che il popolo americano cominciò a far crescere la sua indignazione per la guerra nel Vietnam quando cominciarono ad arrivare in tv, per la prima volta a colori, le immagini dei bombardamenti al Napalm.

Ci sono fotografie, come quelle di Robert Capa sulla seconda guerra mondiale o sulla guerra di Corea, dove lui stesso troverà la morte, che sono state, quando non c’era la televisione, dei potenti messaggi civili. Penso a questi giorni, al grande tsunami emotivo che ciò che vediamo, su schermi grandi e piccoli, provoca in noi. E, se non lo provoca, ci dobbiamo preoccupare di noi. Il corpo del bambino con la maglietta rossa bagnato dalle onde del mare della costa turca ci ha sconvolto. Una maglietta rossa, rossa come il cappottino della bambina di Schindler’s list di Spielberg.

E poi il pianto e l’abbraccio di due sorelle adolescenti che hanno perso tutta la famiglia, affondata durante il viaggio su un piccolo canotto, e si trovano sole al mondo in un luogo che non conoscono. Il bambino caduto a terra nella calca della piazza antistante la stazione di Budapest e le sue lacrime disperate mentre qualcuno lo salva e lo leva in cielo. Sono immagini emotivamente più forti di quelle dei barconi che portano migliaia di persone, almeno per la nostra cultura. Più forti perché un dramma collettivo improvvisamente vive in una persona sola e improvvisamente acquista verità, diventa ciascuno di noi, finisce di essere testimonianza giornalistica di un dramma collettivo e quindi quasi impersonale e diventa tragedia individuale, qualcosa che ci riguarda.

Il bambino morto sulle spiagge turche è uno dei tanti di cui ogni giorno ci parlano le cronache, nell’indifferenza generale. Poi quel numero di creature affogate diventa un corpo, un vestito, un’immagine e allora il nostro cuore reagisce. Non è giusto, ma è così. Le immagini, proprio per il loro alto potenziale emotivo, non devono bastare a produrre decisioni. Anzi, la grandezza della politica sta proprio nel ritrarsi dalla emotività delle scelte, nel farsi alta, grande, autonoma e nel rispondere a un interesse generale, storico. E, ora, di questo si tratta. Si sta sviluppando, in queste settimane, il più grande movimento migratorio che l’Europa abbia conosciuto.

Sono, per larga parte, persone che fuggono da una guerra, da regimi autoritari persecutori di ogni differenza politica, religiosa, culturale, sessuale. Regimi nei quali la violenza è lo strumento principale del governo. Sono professori, insegnanti, intellettuali e con loro operai e braccianti, casalinghe e studenti. Sono un’umanità che cerca di salvarsi e di salvare i propri figli. Chiunque vivesse nel regime di terrore dell’Isis o sotto le bombe della guerra di Siria non vorrebbe altro che scappare. Scappare verso dove, se non verso quel continente che è, dovremmo esserne fieri, il simbolo della democrazia e della libertà? Anche noi abbiamo avuto le guerre e le dittature. E milioni di morti e i campi di sterminio. E la paura di essere ebrei e antifascisti. Noi abbiamo avuto Anna Frank e Etty Hillesum e le camere a gas e i deportati. Noi la conosciamo, questa storia. Come conosciamo quella dei gulag e dei combattenti per la libertà torturati nelle carceri sovietiche o rumene.

Abbiamo pagato un prezzo alto per essere liberi, noi europei. E ora, a chi arriva sul nostro suolo, sfuggendo alla guerra e alle dittature, sopravvivendo a viaggi della morte, noi europei sappiamo solo scrivere un numero sul braccio? Una pratica che non può non evocare i momenti più bui della storia europea? È questa la nostra civiltà?

In questi giorni si misura sul serio l’esistenza dei valori comuni che hanno consentito la più grande realizzazione della nostra storia: l’Unione di paesi che si bombardavano l’uno con l’altro. Saremo l’Europa se sapremo accogliere chi fugge dalla guerra o dalla violenza. È la verità, semplice e chiara, di questa drammatica emergenza. I muri di filo spinato e i numeri tatuati sono il contrario dell’Europa che vogliamo. È anche abbattendo un muro che siamo diventati ciò che oggi siamo ed è per effetto di quel muro sbriciolato che molti dei paesi che oggi sono più ostili ad una politica di accoglienza, sono diventati parte dell’Europa.

Agnes Heller ha recentemente ricordato, su Repubblica, come sulla base della filosofia che sembra dominare in questo momento la politica ungherese: “Non abbiamo alcun bisogno di questa gente, siamo noi la nazione”, gli americani avrebbero potuto evitare di venire a morire in Normandia per la nostra libertà e la nostra pace. L’Europa deve darsi una politica comune per fronteggiare questa emergenza. È il messaggio che viene da Italia, Germania, Francia in modo forte e autorevole. Immediatamente una distribuzione solidale dei richiedenti asilo sul territorio del continente, perché non possono essere solo Italia e Grecia a fronteggiare questa situazione. Poi un sistema europeo del riconoscimento del diritto di asilo, con la revisione degli accordi di Dublino, e una più razionale distinzione delle aree di provenienza che faciliti accoglienza e rimpatrio.

Un tema si pone: di fronte al rifiuto di alcuni paesi di condividere la strategia di fronteggiamento dell’emergenza cosa deve fare l’Europa? Se stiamo parlando dei principi fondanti della scelta dell’Unione possiamo accettare che si sia più morbidi e tolleranti di quanto lo sia stato con paesi che facevano fatica a rispettare i parametri di Maastricht? È in gioco davvero l’idea stessa di Europa, non si può essere inflessibili con i ritardi greci e accettare invece i muri di Orban. L’Europa deve saper distinguere, deve saper accogliere chi fugge dalla guerra, dalla dittatura e deve saper rimpatriare chi non ha diritto di stare, sulla base delle nostre norme, sul nostro suolo. In questa temperie si rafforzano le voci irresponsabili, gli evocatori di paure e di odio.

Si fanno strada piazzisti dell’intolleranza che costruiscono la loro fortuna elettorale sul dramma dei profughi e sui legittimi timori dell’opinione pubblica. Che arrivano a speculare sulla tragedia di Palagonia. Che però ci invia un grido di allarme al quale bisogna saper rispondere adeguatamente. Sottovalutare il bisogno di sicurezza sarebbe un grave errore , anche per la sinistra. Specie nelle zone più popolari, dove la vita è già difficile e la recessione non allenta la sua morsa, si può far strada l’idea che la tavola sia talmente piccola da non poter ospitare altri per dividere il pane. E si diffonde una pericolosa percezione di insicurezza, spesso non infondata, che si sposa all’idea che la causa dei pericoli per l’incolumità dei cittadini venga solo dagli stranieri. Casi di eroismo civile come quello del cittadino ucraino morto davanti a sua figlia per sventare una rapina dovrebbero tenere lontano dalle generalizzazioni propagandistiche. Ma questa è la percezione e con questa si deve fare i conti.

Motore potente di questa sensazione di precarietà, di questa paura di perdere ciò che si ha è la crisi sociale. Ma qui deve entrare in gioco di nuovo l’Europa. I rifugiati che gridano il nome della Merkel e che sognano la Germania come il luogo della loro possibile libertà ci raccontano qualcosa di grande. La Cancelliera ha preso su questo tema posizioni davvero coraggiose, si è comportata da leader europeo. A conferma che la realtà è sempre più complessa delle sue semplificazioni strumentali . Angela Merkel sta fronteggiando un’ondata, nel suo paese, che è giusto osservare. In pochi mesi ci sono stati 200 episodi di violenza contro centri di accoglienza e contro campi Rom, solo negli ultimi due mesi si sono verificati 131 attacchi da parte di estremisti di destra. Un militante di queste formazioni ha urinato sui bambini di una famiglia di rifugiati. Il rischio di una forte deriva xenofoba è molto alto.

In questo quadro la Germania ha preso una posizione coraggiosa. È giusto darne atto. Ma proprio per questa situazione generale è ancora più urgente che riparta l’economia, che torni lavoro e si diffonda un po’ di ricchezza. E anche qui ci attendiamo una svolta . È questa l’altra sfida dell’Europa di oggi. Che deve anche intensificare la sua lotta in difesa dei valori che la costituiscono e contro le forze dell’integralismo che oggi sono il principale pericolo per la pace mondiale. E deve saper fronteggiare con intelligenza politica le crisi regionali più gravi, a cominciare da quella libica o da quella siriana.

In un film di Hollywood che racconta di una improvvisa glaciazione che colpisce gli Usa si immagina che, per sfuggirvi, gli americani si riversino verso Sud, alla ricerca del caldo. E che si affollino ai confini del Messico. Trovando chiuse le frontiere, in ritorsione per gli antichi divieti a espatriare. La storia è così. Capita di essere, di volta in volta, emigranti per bisogno o rifugiati per sfuggire a dittature. Noi italiani dovremmo saperlo. Meglio di chiunque altro.

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