Il compromesso storico: idea di una minorità della sinistra

Berlinguer
Da sinistra Giancarlo Pajetta, Giorgio Napolitano e Enrico Berlinguer in una foto d'archivio del 2 luglio 1976 a Roma.
Foto Archivio Storico ANSA

Una visione che ha pesato sul Pds e poi sui Ds e perfino sul Pd, determinando una priorità delle alleanze che ha avuto conseguenze devastanti

Fare i conti con l’eredità politica di Enrico Berlinguer è difficile, perché significa anche fare i conti con noi stessi, con quello che siamo stati, con quello in cui abbiamo creduto, in quei sconvolgenti anni Settanta in cui sembrò di essere vicini a prendere in mano il destino. Non fu così, seguirono la delusione e la depressione; ma resta la necessità di comprendere quel momento e le idee che lo animarono. De Giovanni ha ragione a sottolineare lo speciale fascino personale di Berlinguer. Fu un leader carismatico, il primo forse nella storia della repubblica. Togliatti aveva un grande ascendente, ma era più un primus inter pares, e poi aveva il fondamento della sua autorità a Mosca: non a caso dovette più volte temere di essere da Mosca esautorato. Era molto amato, ma solo dalla sua parte. Berlinguer invece, complice la televisione, fu capace di conquistare col suo fascino scabro il rispetto e l’affetto di tutti gli italiani, anche di chi non votava comunista. Ma l’influenza di Berlinguer non era dovuta solo al suo fascino personale. Era dovuta anche al fatto che fu un vero leader, capace di forte iniziativa politica, e quindi di mettere in discussione gli equilibri tra i partiti. Una cosa che al Pci non riusciva più da molto tempo: il suo spazio, dopo la bruciante sconfitta del ‘48, era stato lo spazio ristretto di un’opposizione senza speranza di diventare governo. È vero che, come si diceva allora, “si governa anche dall’opposizione”: ma era un’altra cosa; era il consociativismo. Berlinguer aveva proposto nel 1973 il compromesso storico, sull’onda dello choc per il colpo di stato in Cile e delle tensioni prodotte dal terrorismo.

Quella che era poco più che una attualizzazione dello schema togliattiano dell’unità antifascista incontrò, appena pochi anni dopo, la voglia di cambiare di un’Italia che nel referundum sul divorzio si era scoperta laica e moderna; un’Italia che vedeva a portata di mano la fine del lungo e grigio potere democristiano. Berlinguer aveva posto, col compromesso storico, la questione del governo, e questa era una novità assoluta. Tuttavia andare al governo per i comunisti non poteva essere un normale processo politico-elettorale, come per un partito socialdemocratico. Bisognava passare attraverso un percorso inedito, anomalo, adeguato alla particolarità della situazione italiana, o, come si diceva con una certa vanagloria, del “caso italiano”. Questo percorso richiedeva l’alleanza tra le grandi forze popolari del paese: il compromesso storico. Ma presto la strategia berlingueriana si impantanò nelle secche dei governi di solidarietà nazionale, e infine fu travolta dalla crisi politica e morale prodotta dall’assassinio di Moro. Dopo non ci fu più una strategia, ma solo spezzoni di idee spesso puramente reattive: tali furono la diversità e la questione morale. Ci fu invece il declino: per il partito, e per il suo segretario. La tragica morte sul palco di un comizio lo salvò dalla sconfitta e lo consegnò al mito. Ma noi non possiamo fermarci al mito.

Siamo di fronte all’urgente necessità di una ridefinizione di che cosa significa sinistra oggi: è per questo che è importante discutere di Berlinguer e della sua politica. Spingendo il comunismo italiano sino al suo massimo punto di espansione, Berlinguer ne ha anche rivelato gli invalicabili limiti. Si potrebbe obiettare che ormai il comunismo è fuori dai radar, e che l’interesse per la vicenda berlingueriana può essere soltanto di ordine storico. Ma non è così: l’universo culturale del comunismo italiano, la sua particolare declinazione di antagonismo sociale, non è affatto scomparso e pesa ancora sui tentativi di ricostruzione della nostra sinistra. Allora che cosa è rimasto del Pci berlingueriano (è perfino ovvio che non ci si riferisce solo al segretario, ma a tutto il gruppo dirigente), pesando sui tentativi postcomunisti sino a farli fallire?

Il problema di Berlinguer fu da un lato una visione gravemente pessimistica del capitalismo e quindi della storia mondiale; dall’altro l’attaccamento feticistico al sistema politico prodotto dalla Costituzione (quindi dall’unità antifascista), che lo rendeva insensibile alle esigenze di riforma istituzionale ed elettorale. Eppure fu proprio lui, nella celebre intervista sulla questione morale, a denunciare i guasti di quel sistema politico. Ambedue questi punti di vista sono rimasti vivi e vegeti nella sinistra italiana sino a oggi, determinando le posizioni ondivaghe e la sostanziale impotenza dei postcomunisti sulle riforme, e la diffusa diffidenza verso il mercato e le imprese. Ma il punto che più mi importa sottolineare è l’analisi negativa del paese, che sta alla base del compromesso storico. L’idea di una sorta di minorità della sinistra, che non potrebbe governare da sola, per condizionamenti internazionali o perchè il paese sarebbe irrimediabilmente di destra (la famosa e stupefacente affermazione che “non si governa col 51%”). Quest’idea ha pesato sul Pds e poi sui Ds e perfino sul Pd, determinando una priorità delle alleanze sulla proposta politica, che ha avuto conseguenze devastanti per i governi dell’Ulivo e da ultimo nelle elezioni del 2013. Proporre un’alleanza di governo come somma di soggetti diversi che parlano a elettorati diversi e si uniscono per salvare l’Italia, come alcuni hanno inteso lo stesso Pd, è una mossa tipicamente berlingueriana. Puntare sulla “vocazione maggioritaria” significa invece costruire una nuova identità politica, necessariamente di centrosinistra, e non più di sinistra tradizionale, come del resto hanno fatto i maggiori partiti socialisti europei: qualcosa che suscita ancora incredibili diffidenze, anatemi, accuse di tradimento o di “mutazione genetica”. Ma proprio questo è il compito che sta di fronte al Pd.

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