Il complotto delle rinnovabili

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La politica energetica sembra avvenga a insaputa del M5S e magari la prenderà come un secondo complotto nazionale

Ebbene sì, cari miei, per una volta Beppe Grillo arriva come il cacio sui maccheroni. Il referendum sulle trivelle? «Fa ridere che se ne parli come di un passaggio fondamentale per la politica energetica. Ma siamo pazzi? L’unica politica è pianificare subito il passaggio dai combustibili fossili alle energie alternative». (intervista su La Stampa). Bene, bravo, bis.

Perché è verissimo che di questa pianificazione c’è bisogno, ma alla distratta divinità dei 5stelle che fa immaginare ai suoi fedeli l’Italia come la grande Dallas o la Kuwait city nelle mani dei petrolieri, va spiegato che la transizione energetica non solo è stata la cifra dell’Italia degli ultimi dieci anni, di centinaia di migliaia di famiglie e aziende, ma anche i nuovi target del governo hanno pochi confronti nel mondo. Però tutto sembra avvenuto a sua insaputa, e magari la prenderà come un secondo complotto nazionale alle spalle del Movimento, dopo quello denunciato dalla senatrice Taverna «per mandare noi in Campidoglio e farci fare brutta figura a Roma».

Ora, la strategia sulle rinnovabili è questione che riguarda tutti noi anche se raramente conquista i media, spesso sono grafici e tabelle ed elaborazioni confinate nelle passioni dei superesperti. Quattro giorni fa, però, il premier ha presentato, per una buona metà del suo intervento all’ultima direzione nazionale del Pd, gli obiettivi del governo per le energie pulite, con scenari a medio e lungo termine dell’investimento sulle rinnovabili.

Dico subito che per noi di fede ambientalista, sono impegni molto ambiziosi e di sistema. È un orizzonte, riflette Ermete Realacci teorico della green economy italiana, che può fare dell’Italia il Paese apripista anche nell’applicazione degli accordi di Parigi per il raffreddamento del clima.

Il governo, ha spiegato Matteo Renzi, proverà a far salire a quota 50% la copertura dei nostri consumi elettrici da fonti pulite entro la fine della legislatura, cioè in due anni, quindi nel 2018. Come? Facendo leva su punti di forza già acquisiti. La verità, infatti, è che siamo primi nel mondo per copertura delle rinnovabili sulla produzione elettrica con il 43% (dato 2014) di nuove energie prodotte da tutte le nostre fonti pulite: dalla geotermia di cui abbiamo il monopolio mondiale, dalle biomasse di cui siamo terzi produttori al mondo, dal solare termico e fotovoltaico dove il boom è una sorpresa planetaria, dall’idroelettrico la cui produzione è consolidata e dall’eolico che dà risultati interessanti. Se nel 2005 eravamo al 15,4%, con quasi 30 punti in più oggi siamo leader tra i grandi paesi dell’Unione davanti a Germania (24%), Francia (17%), Gran Bretagna (15%).

Primi al mondo anche per contributo del fotovoltaico nel mix elettrico nazionale (8.13%, dato 2015). Siamo l’unica nazione del pianeta ad avere impianti solari termici e fotovoltaici installati in tutti i Comuni con una impressionante progressione: dai 356 impianti del 2005 ai 3.190 del 2007 ai 6.993 del 2009 agli oltre 800 mila di oggi, calcola l’ultimo report di Legambiente.

Per avvicinarci all’obiettivo della copertura di metà fabbisogno, il governo punta al raddoppio della produzione geotermica (oggi al 2% dai giacimenti toscani), al lieve aumento dell’8% delle biomasse, ma soprattutto grazie a nuovi incentivi allo studio a Palazzo Chigi per imprese e famiglie a moltiplicare gli investimenti in tecnologie per il ricambio dei vecchi pannelli fotovoltaici con la gamma di ultima generazione con una efficienza maggiore, una rottamazione incentivata in grado di raddoppiare la quota attuale di produzione.

Uno degli effetti sarà la creazione di una filiera Made in Italy per sanare uno dei nostri clamorosi flop industriali. Così sarà anche per l’eolico, oggi al 6%, con l’opportunità di migliorare le performance dei siti esistenti permettendo il raddoppio della produzione e l’installazione del minieolico non invasivo. L’idroelettrico risponde alla variabile legata alla materia prima, le piogge, oltreché a normative europee in materia di concessioni ma nel 2014 il contributo è stato di circa il 20% sul complesso delle rinnovabili.

La fine dei fossili

«Inizia la fine dei fossili», ha avvertito il premier facendo sua la proposta di Romano Prodi di utilizzare parte delle royalties dal petrolio e dal gas italiano per lo sviluppo delle energie alternative. Con questi risultati e con questi obiettivi, non si comprende perché, in un Paese che si è anche liberato a furor di popolo dal nucleare (1987 e 2011) ed è già in piena transizione energetica con exploit che altri possono solo sognare, sulle praterie del web e dei social pascolino bufale e galoppa la fantasia di tante anime belle che annega questa Italia inesorabilmente in un mare di greggio, cedendo al farlocco hashtag #Italiafossile e al contorno di falsi, pregiudizi demagogici, slogan facili un tanto al chilo per galvanizzare l’opinione pubblica su rischi mortali per il nostro mare in vista del referendum del 17 aprile.

Non entro ora nel merito referendario, ma se mare e fiumi potessero parlare, il loro message in a bottle sarebbe un gigantesco Vaffa a quanti hanno avuto un minimo di potere, dal centro alla periferia, negli ultimi quarant’anni regalandoci circa 2.500 città italiane fuorilegge e impunite per le sacre acque trasformate nel disinteresse quasi totale e senza indignazione di massa in fogne.

C’è un 30-40% di italiani che spedisce direttamente in mare gli scarichi del water per assenza di reti fognarie e depuratori e questa eredità è l’infrazioni europea che vale 600 milioni di euro da pagare all’anno da questo anno per inadempienze pubbliche e private, follie locali soprattutto al Sud e nazionali uniche nel mondo avanzato. Ma il vizio nazionale fa leva sull’emotività e la disinformazione. In questo mondo serve invece spiegare, serve che ministeri e agenzie raccontino molto meglio quel che si è fatto, si sta facendo e si farà.

Un motivo per essere ottimisti

Però, altro che amici degli amici petrolieri. La realtà racconta un’altra storia, quelli di centinaia di migliaia di produttori di nuove rinnovabili diffusi sull’intero territorio nazionale. È un motivo per essere ottimisti e non continuare a piangerci addosso. I processi di transizione energetica sono ancora lunghi, ma intanto sono solidi e innescati. E in giro per il mondo l’Italia ha ripreso ad insegnare teoria e pratica di tecnologie di produzione di energie nuove.

Il know how mondiale di Enel (l’Ad Francesco Starace proviene guardacaso da Enel Green Power) in grado di combinare tecnologie geotermiche e solare termodinamico e fotovoltaico, in 16 Paesi tra Europa, Americhe, Africa e Asia genera da acqua, sole, vento e calore della terra energia per 34 miliardi di kWh per soddisfare i fabbisogni di oltre 15 milioni di famiglie con 710 grandi impianti.

Il sistema di incentivi

La fantastica volata delle rinnovabili è stata resa possibile dall’azione di una molteplicità di attori e da un ottimo sistema di (benemeriti) incentivi che hanno spinto aziende e famiglie a centrare obiettivi di riduzione dell’eccessiva dipendenza da fonti fossili. Se lo sforzo tecnologico ed economico nei prossimi venti anni, con l’accordo di Parigi, si annuncia clamoroso, abbiamo la certezza che l’Italia per una volta non sarà a bordo campo a fare il tifo ma parteciperà da protagonista.

In fondo siamo anche primi in Europa, ad esempio, nel riciclo industriale: recuperiamo 25 milioni di tonnellate di materia ogni anno sui 163 totali europei, la Germania con un’economia più grande ne recupera 23. Anche questo ci consente un risparmio di energia primaria di oltre 15 milioni di tep e di evitare 55 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. A dimostrazione che le politiche green sono state anticicliche e una risposta alla crisi e dal 2008 ad oggj sono 372mila le nostre piccole e medie imprese che hanno puntato e vinto investendo in efficienza energetica e nuove rinnovabili, dicono i dati Unioncamere e Symbola.

I nuovi obiettivi

Nell’ottobre 2014 l’Europa al 2030 ha fissato i tre nuovi obiettivi passando dal 20-20-20 precedente all’impegno di riduzione del 40% delle emissioni di gas serra (rispetto ai livelli 1990), a portare a quota 27% l’energia rinnovabile e a migliorare del 27% l’efficienza energetica. Si può fare di più, avvertono con realismo gli esperti (50-33-33) con l’impegno globale della Cop21 che vedrà i combustibili fossili progressivamente sostituiti nel corso di questo secolo (c’è chi prevede in poco più di un cinquantennio). Sono processi complicati, geopolitici, si tratta di ricalibrare gli investimenti tradizionali di lungo periodo e di avviare il percorso di de-carbonizzazione in funzione anti emergenza climatica.

Carbone, male assoluto

Anche qui la nostra politica energetica nazionale è chiara: «il male assoluto è il carbone». E in questi due anni dal suo azionista Enel ha avuto una strategia chiara su investimenti e dismissioni ed in effetti sta eliminando il rischio maggiore, il carbone, con la chiusura delle obsolete centrali. Le prime due sono già chiuse, Pietrafitta e Bastardo, e La Spezia lo sarà nonostante problemi e polemiche. In tutti e tre i casi non c’è nessun lavoratore in esubero. Per Rossano Calabro e Porto Torres, sono stati cancellati i progetti di riconversione a carbone.

«Chiudere l’era a carbone e una strategia aggressiva su rinnovabili in Italia e all’estero», sinterizza Renzi. Per chiuderla non vanno sprecate ma utilizzate in piena sicurezza le risorse che abbiamo come quelle dalle 72 piattaforme Eni off shore di produzione gas naturale in Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Calabria e Sicilia (solo 7 di petrolio). Una delle fonti di energia più pulite e non inquinanti per acque, suolo e sottosuolo.

Ma la politica energetica ha una sua complessità e trasversalità e sarà sempre più economia, industria, edilizia, agricoltura e soprattutto trasporti dove vanno trasferite dal petrolio all’elettrico quote di mobilità urbana che ci vedono un altro accumulo di ritardi che ci collocano tra i peggiori in area Ue. Obiettivo del governo al 2020 sono linee ferroviarie, di metropolitana e 20mila colonnine urbane elettriche dalle 2.500 attuali. Mai come oggi l’energia è un settore che crea lavoro ed ha bisogno di propulsione politica dalla cabina di regia di Palazzo Chigi. Già, perché finalmente il tema non più confinato in un ufficio di una direzione di un dipartimento di un solo Ministero. Anche questa è stata una svolta.

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