Il complotto Anti-Nazareno

Politica
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La campagna referendaria è stata funestata da un autentico ingorgo di torbide macchinazioni e oscure manovre

L’ intera campagna referendaria, ormai lo sappiamo, è stata funestata da un vero e proprio ingorgo di oscure manovre, da un autentico affastellarsi di torbide trame e inconfessabili macchinazioni, accordi sottobanco, doppi e tripli giochi, che a rimetterli tutti in fila, più che una partita politica, sembra una puntata di Lost (per i complottisti più anziani, di cui mai vorremmo alimentare la sospettosità, aggiungiamo che anche un episodio di Beautiful, o se preferite di Dallas, può fare egregiamente al caso nostro).

In principio fu il patto del Nazareno, sulle cui clausole non scritte, paradossalmente, si è scritto moltissimo, immaginando ogni genere di possibile scambio, ovviamente inconfessabile, tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Curiosamente, il fatto che nel frattempo Silvio Berlusconi sia passato al fronte del No, o che Renato Brunetta sia da tempo tra i suoi più attivi propagandisti, impegnato con l’intero stato maggiore di Forza Italia in tutti i dibattiti televisivi a ogni ora del giorno e della notte, non ha indotto nessuno dei teorici del “patto inconfessabile” a rivedere le proprie teorie. In compenso, mentre una parte non piccola di loro continua a sostenere la stessa tesi, argomentando che in realtà Berlusconi farebbe solo finta di sostenere il No, o lo farebbe solo il minimo indispensabile per salvare le apparenze, ecco che sui giornali emerge un’altra e non meno interessante teoria: il patto dell’anti-Nazareno.

Contatti tra il Cavaliere e la sinistra pd, scrive il Corriere della Sera, per coordinare gli attacchi, senza però farsi vedere insieme. Insomma, marciare divisi per colpire uniti. In verità, si tratti del patto del Nazareno per distruggere la sinistra o del patto dell’anti-Nazareno per distruggere Renzi, sarebbe comunque ben poca cosa rispetto alla diabolica, implacabile, geometrica potenza del complotto della JP Morgan: tale da fare impallidire persino il celeberrimo Piano di rinascita nazionale della P2 (di cui questa riforma, come tutti i precedenti tentativi dell’ultimo quarto di secolo, è stata considerata diretta emanazione).

In un report ormai famoso, infatti, la banca americana prefigurava – anzi, «dettava», come sostengono fior di intellettuali schierati per il No – l’intera riforma costituzionale. Vale a dire un processo che ha richiesto ben due anni di discussione tra tutte le principali forze politiche presenti in parlamento, con 175 sedute, 4.705 interventi, 5.272 votazioni. Con tutti gli emendamenti, i cambiamenti di merito e i ripensamenti dell’ultimo minuto di cui sono piene le cronache dei giornali. Senza contare che l’i n te r a macchinazione non sarebbe potuta nemmeno cominciare senza la complicità di larga parte dell’attuale fronte del No, indispensabile per raggiungere la maggioranza in parlamento. Tu chiamale, se vuoi, rimozioni.

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