Il compleanno del Partito democratico

Pd
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Fondato il 14 ottobre 2007, il Pd compie 8 anni

«Fare un’Italia nuova. È questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l’Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi. Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l’insicurezza sociale e personale. Per questo nasce il Partito democratico. Che si chiamerà così. A indicare un’identità che si definisce con la più grande conquista del Novecento: la coscienza che le comunità umane possono esistere e convivere solo con la libertà individuale e collettiva, con la piena libertà delle idee e la libertà di intraprendere. Con la libertà intrecciata alla giustizia sociale e all’irrinunciabile tensione all’uguaglianza degli individui, che oggi vuol dire garanzia delle stesse opportunità per ognuno.

Il Partito democratico, il partito di chi crede che la crescita economica e l’equa ripartizione della ricchezza non siano obiettivi in conflitto, e che senza l’una non vi potrà essere l’altra. Il Partito democratico, il partito dell’innovazione, del cambiamento realistico e radicale, della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese. Il Partito democratico, il partito che dovrà dare l’ultima spallata a quel muro che per troppo tempo ha resistito e che ha ostacolato la piena irruzione della soggettività femminile nella decisione politica e nella vita del Paese. La rivoluzione delle donne ha affermato in tutte le culture politiche il principio del riconoscimento della differenza di genere come elemento costitutivo di una democrazia moderna. È questa esperienza che dovrà essere decisiva, fin dal momento della fondazione del nostro partito. Il Partito democratico, un partito che nasce dalla confluenza di grandi storie politiche, culturali, umane. Che nasce avendo dentro di sé l’eredità di quelle formazioni che hanno restituito la libertà agli italiani, di quelle donne e di quegli uomini che hanno pagato con il carcere e con la propria vita il sogno di dare ad altri la libertà perduta.

Quelle formazioni che hanno fatto crescere l’Italia e gli italiani, che hanno portato il nostro Paese a trasformarsi da una comunità sconfitta a una delle nazioni che siedono a pieno titolo al tavolo dei grandi della Terra: quanta strada è stata fatta, da quando Alcide De Gasperi, alla Conferenza di Pace di Parigi, si rivolgeva al mondo che lo ascoltava dicendo: “Tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Quelle formazioni che hanno combattuto il terrorismo e l’hanno sconfitto. Ma il Partito Democratico non è la pura conclusione di un cammino. Se lo fosse, o se si raccontasse così, inchioderebbe se stesso al passato. Invece, ciò di cui l’Italia ha bisogno è un partito del nuovo millennio. Una forza del cambiamento, libera da ideologismi, libera dall’obbligo di apparire, di volta in volta, moderata o estremista per legittimare o cancellare la propria storia. Un partito che non nasce dal nulla, e insieme un partito del tutto nuovo. È quello a cui ha pensato, a cui ha lavorato, per cui si è speso con coerenza e determinazione il fondatore dell’Ulivo, Romano Prodi.

Il Partito democratico, un partito aperto che si propone, perché vuole e ne ha bisogno, di affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità. Quei milioni di italiani che nelle imprese, negli uffici e nelle fabbriche dove lavorano, nelle scuole dove insegnano, sentono di voler fare qualcosa per il loro Paese, per i loro figli. Quei milioni di italiani che si impegnano nel volontariato, che fanno vivere esperienze quotidiane e concrete di solidarietà. Quei milioni di italiani che trovano la politica chiusa, e che se provano ad avvicinarsi ad essa è più facile che si imbattano nella richiesta di aderire ad una corrente o ad un gruppo di potere, piuttosto che a un’idea, ad un progetto. Sono convinto che il 14 ottobre sarà un giorno importante per la democrazia italiana. Nasce, in forma nuova, un partito nuovo. Nasce consentendo a chiunque creda in questo progetto di iscriversi, naturalmente e direttamente, e di candidarsi. Associazioni e gruppi, comitati e movimenti, singole persone potranno, nello stesso momento, formare un nuovo partito e decidere gli organi dirigenti e il leader nazionale. È un fatto mai accaduto prima. È stato sempre più facile che nuovi partiti nascessero da scissioni o da proiezioni personali di leader carismatici. Nel Partito democratico ognuno sarà e dovrà essere, fin dal primo momento, alla stessa stregua dell’altro. Per questo abbiamo voluto il principio “una testa, un voto”». Ho iniziato con questa lunga citazione del discorso del Lingotto del 2007 per ricordare a noi tutti le ragioni fondanti del Partito democratico. E lo faccio a tre giorni dall’anniversario, l’ottavo, della nascita del PD.

Quella scelta fu sancita da 3 milioni e mezzo di persone che si recarono ai gazebo organizzati in tutta Italia per votare alle primarie. Alle elezioni successive, pur in una situazione politica terribile, ottenne più di dodici milioni di voti. Una cifra che resta il record assoluto del consenso ai democratici. Pochi mesi dopo, a un anno dalle primarie, ci ritrovammo al Circo Massimo in quella enorme manifestazione che è nella memoria di tutti con l’idea di fondare una opposizione riformista di massa al governo Berlusconi. Con un progetto di fondo: dimostrare che non era vero che la sinistra potesse solo avere, in questo paese, un profilo minoritario e che l’unico compito che dovesse assegnarsi era trovare alleanze spurie e improbabili pur di governare, a scapito della reale praticabilità di un progetto riformista di radicale cambiamento della società italiana. Era quella che si chiamava “vocazione maggioritaria”, senza la quale il Pd non aveva e non ha senso. Mettemmo delle radici buone e solide, pur in una stagione arida.

Nel corso di questi anni prima con Dario Franceschini, poi con Pier Luigi Bersani e infine con Matteo Renzi, che all’ispirazione di quella nascita ha fatto più esplicito riferimento, la pianta del riformismo democratico in Italia è cresciuta. Oggi è governo e, comunque la si veda, è governo del cambiamento. Oggi è tornata sopra il trenta per cento dei consensi in modo stabile. Oggi è il più grande partito politico europeo, il più grande della sinistra del continente. Tutto bene , dunque? Meglio, ma non tutto bene. Torno alle parole che ho scelto per concludere la citazione del Lingotto. Davvero oggi il Pd è un partito di “una testa, un voto”? O la vita di questa comunità, che continua a inverarsi nella società italiana, non rischia di essere sequestrata da un correntismo senz’anima, più potere che politica, più trasformismo che pluralismo? Allora si avvicinarono ai democratici tante persone che volevano dare una mano, partecipare ad un progetto aperto e inclusivo. Le vecchie appartenenze, per di più frantumate in gruppi e fazioni contrapposte, alzarono muri o chiesero adesione correntizia. E non hanno smesso di farlo. Così molti si sono allontanati e la logica dei gruppi ha finito con l’inficiare la vita del partito, col renderla asfittica, col sottrarle la meraviglia della discussione libera, della selezione su base di merito dei gruppi dirigenti. Persino le primarie, che erano il senso alto della sfida di un partito aperto, sono diventate una gara tra correnti interne. Correnti non animate, lo ripeto e ciascuno lo vede, non da differenze politiche e ideali, inevitabili in un grande forza, ma da un scientifica ricognizione delle convenienze. La penso, ancora una volta, come Romano Prodi: «Io sono l’uomo delle primarie, quindi. Ma sono un mezzo delicatissimo e vanno regolate. Non essendo stata fatta una legge sulle primarie né una regolamentazione, anche questo strumento è stato indebolito entrando in crisi».

Nella mia ultima legislatura da parlamentare presentai insieme ad Arturo Parisi un disegno di legge per lo svolgimento delle primarie. Mi piacerebbe che si riprendesse quel dibattito. Altrimenti anche quello strumento straordinario, necessario in un partito davvero moderno, può diventare la conta in platee sempre più ristrette, con gli orrori delle partecipazioni inconsapevoli e organizzate alle quali il correntismo esasperato ci ha costretto. Un partito forte non è, ormai, un partito strutturato come nel passato. Ma è forte solo se è aperto, se coltiva il discorso politico, se rifiuta i consensi ipocriti e l’opposizione «a prescindere» come diceva Totò. Se fa vivere il protagonismo dei circoli e dei loro militanti, che bisogna ascoltare e rendere liberi dalla catene delle correnti. Il riformismo italiano è oggi di fronte a una prova carica di possibilità. Può intestarsi l’uscita dalla più grave crisi economica del dopoguerra, la ripresa del lavoro, un buon pacchetto di riforme, una nuova credibilità del nostro paese nel mondo. Ma deve aprirsi, deve includere, deve smontare le casematte dietro le quali si possono nascondere anche usi spregiudicati del potere, specie a livello locale. Quello che fondammo, otto anni fa, tutti insieme, era un grande partito riformista. Partito, come comunità aperta che discute e decide liberamente. Riformista, soggetto della modernizzazione e della giustizia sociale inedito in un paese che spesso ha scisso questi due termini. Partito e riformista. Buon compleanno, Pd.

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