Il compito della sinistra inizia a Rosarno

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La protesta dei migranti  
ANSA/Marco Costantino

Quanto accade nel centro calabrese è la diretta conseguenza di un capitalismo non regolato

Di nuovo Rosarno sotto i riflettori e di nuovo una discussione cui manca la testa. Notava giovedì mattina su LA7 il neosindaco della città che negli ultimi tempi ben duemila rosarnesi hanno lasciato la Piana per altri lidi. Si continua a dire che gli emigrati fanno i lavori che gli italiani si rifiutano di fare. Si è portati a pensare che lo sfruttamento della manodopera porta a indebiti arricchimenti delle aziende agricole. E così di seguito. Ebbene, l’interessante volume di Francesco Caruso dal titolo “La politica dei subalterni. Organizzazione e lotte del bracciantato migrante nel Sud Europa” evidenzia come tutto ciò sia anche la inevitabile conseguenza di selvaggi dispositivi produttivi del capitalismo contemporaneo.

Per cercare di capire, vediamo di riassumere quanto viene documentato a proposito della provincia spagnola di Almeria. Storicamente fra le più povere della Spagna, l’Almeria conosce negli ultimi quarant’anni un impetuoso sviluppo dell’agricoltura locale dovuto prima ad alcuni provvedimenti del regime franchista, poi allo sviluppo degli invernaderos, il grande mare di plastica delle serre. Con l’ingresso della Spagna nella Ue (1986) e il progressivo abbattimento delle barriere doganali, i prodotti agricoli iberici invadono i supermercati d’Europa e il miracolo dell’Almeria si consolida.

Nel frattempo si inseriscono nella catena le multinazionali, il cui ruolo diventa sempre più asfissiante sia in fase di produzione (concimi, sementi, nuove cultivar, ecc.), sia, e molto di più, nella fase della commercializzazione, con una sempre più stringente imposizione delle tempistiche, dei prezzi e della standardizzazione del prodotto. La conseguenze si possono così riassumere: perdita del controllo della produzione da parte degli agricoltori locali; progressivo abbattimento del prezzo del prodotto sul campo; aumento sproporzionato dei prezzi dal produttore al consumatore con la più grossa fetta degli utili che si ferma nelle tasche della grande distruzione, pochi soggetti che controllano circa il 50% dei prodotti che arrivano sulle tavole degli europei a fronte della miriade di produttori e trasformatori e della miriade di centri di vendita e di clienti.

Conseguenza di tutto ciò è che l’azienda contadina si trasforma in una “fabbrica agricola” e che, nelle mani degli agricoltori locali, resta solo la possibilità del progressivo abbattimento del costo della forza lavoro. Vale per l’Almeria, ma vale per il Mezzogiorno d’Italia. E se ai salari reali, che scendono così anche fino ai 30 euro per 8 e più ore lavorative, si affiancano dure condizioni di lavoro nelle serre ma anche sui campi aperti e la migrazione stagionale dovuta alla stagionalità delle produzioni (oggi pomodori da una parte, domani agrumi da un’altra, dopodomani fragole da un’altra ancora, ecc.) si comprende come l’italiano, che negli anni del benessere economico ha conosciuto tenori di vita forse non lussuosi ma civili, rifiuta il lavoro precario, sottopagato e spesso svolto in condizioni disumane e preferisce trasferirsi “altrove” per cercare migliori condizioni di lavoro e di vita, mentre nelle serre e nei campi delle stagionalità restano o si inseriscono i migranti, clandestini e non, che, come molti dicono, a una morte sicura preferiscono una morte probabile accontentandosi di vivere una precarietà incivile e disumana.

Questo per “permettere” alla gran massa degli agricoltori locali di sopravvivere e alle poche multinazionali di diventare sempre più grandi, in tutti i sensi, sulla pelle di chi soffre e a volte muore in Almeria, a Rosarno, a Castel Volturno o nelle campagne pugliesi.

Tutta questa mia esposizione si può riassumere in un interrogativo: ci siamo mai chiesti o mai ci chiediamo che cosa c’è dietro le offerte a prezzi stracciati dell’ortofrutta nei centri commerciali delle grandi catene di distribuzione? Forse no. Ebbene, c’ è la narrazione appena accennata. E allora? I problemi sono certamente quelli dell’emigrazione, della crisi economica dalla quale ancora non si riesce ad uscire, dell’Europa dell’austerità, del predominio della finanza sull’economia reale, ma ancor di più il problema dei problemi resta, a mio modesto avviso, quella della concentrazione in poche mani dei poteri di governo dell’economia, che, non tollerando sistemi di controllo e di riequilibrio, riesce a condizionare in tal senso anche i possibili e doverosi interventi della politica.

La globalizzazione è fattore inarrestabile perché è in tal senso che l’umanità progredisce. Ma se non è governata, avremo ancora, e sempre in maggior numero, tante Rosarno, tante Ventimiglia, tante clementine che cadranno a terra incolte nella piana di Sibari, il persistere dello svuotamento del Mezzogiorno d’Italia e di tanti altri mezzogiorni, per come previsto da Svimez, tutti fattori che si aggraveranno se il “Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti” (TTIP) non sarà varato con oculate e giuste ponderazioni.

È forse il caso di rendersi conto che la libera concorrenza non può non avere dei limiti e che, detto terra terra, un chilo di fragole coltivato a Metaponto e venduto a Colonia non può costare al di sotto di un certo prezzo se si vuole che il bracciante venga pagato a tariffa, il margine dell’agricoltore sia almeno positivo, la lavorazione, il trasporto e la distribuzione possano avvenire alla luce del sole e non, anche questi, con segmenti di nero. Stiamo costruendo un mondo che viaggia all’inverso. O siamo in grado di raddirizzarlo, e forse ancora si è in tempo, o ci scoppierà fra le mani, come tante avvisaglie ormai ci dicono. Giriamola come vogliamo, si ritorna sempre al tema della giustizia sociale. Quanto spazio per vere politiche di centrosinistra…

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