Il colore dei diritti

Unioni civili
Un momento durante i festeggiamenti a fontana di Trevi dopo approvazione proposta di legge recante regolamentazione delle unioni civili, Roma 11 maggio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

La società italiana è più avanti dei suoi legislatori e le leggi sui diritti “inseguono” spesso il senso comune e non lo precedono

Andatela a cercare. Su Wikipedia c’è una cartina dell’Europa che distingue i paesi con tre diversi colori: un blu scuro, un azzurro, un rosso. In quella cartina l’Italia è l’unico paese senza alcun colore. O meglio, lo era. La mappa raccontava sinteticamente e cromaticamente lo stato delle leggi che regolano le unioni civili e il nostro paese era l’unico ad esser scolorito. Qualcuno ha storto la bocca quando il voto del Parlamento sulle unioni civili è stato definito storico.

Eppure è davvero così, abbiamo compiuto un passo che sembravamo proprio non riuscire a fare. Inseguiti dalle deliberazioni del Parlamento Europeo dagli ormai lontani anni Novanta del secolo scorso, spinti dalle sentenze della Corte Costituzionale eravamo da troppo tempo rimasti fermi. Ora ce l’abbiamo fatta e non possiamo che essere soddisfatti. Comprendo e condivido la soddisfazione espressa dal premier Renzi.

Il dato positivo, a mio parere, prima ancora che politico è civile. Una legge riconosce finalmente e da sostanza, tutele e regole ad un diritto sino a ieri ignorato. Si fa luce su una zona grigia riconoscendo e dando tutele a una realtà. E l’accrescimento dell’area dei diritti è un bene per tutti e un danno per nessuno. Anche chi si è opposto alla legge – e non parlo di chi lo ha fatto per meri calcoli politici – ora ne prende atto.

Mi ha colpito l’atteggiamento di grande responsabilità (dopo alcune dichiarazioni di toni troppo alti) mostrato dalle gerarchie e dai media cattolici e la frenata arrivata alle “voglie di referendum” che erano scattate in alcune frange ultrà. La chiesa di papa Francesco, protagonista del lungo e complesso dibattito del sinodo sulla famiglia, che sottolinea, proprio elogiando la famiglia, la parola amore e indica come suo nemico quello che Bergoglio ha chiamato «un sistema basato sul modello dell’isolamento», non sembra certo ora tentata da una nuova contrapposizione.

Mi ha colpito il fatto che l’Avvenire ancora ieri abbia pubblicato una serie di lettere sulla legge certo non favorevoli, ma rispettose e attente a non mescolare un giudizio di merito con una stroncatura etica e con il desiderio di una rivincita politica. È un segnale, come lo è la riflessione di uno storico cattolico come Agostino Giovagnoli che estende la sua attenzione alle questioni istituzionali per dire che bisogna compiere un passo avanti alla ricerca di un nuovo patto. Sarebbe troppo facile ricordare, a quanti oggi accarezzano l’idea di uno scontro nelle urne, che la legge sulle unioni civili è stata approvata nel quarantaduesimo anniversario del referendum che il 12 e 13 maggio del 1974 sconfisse con una valanga di No quanti volevano cancellare il divorzio.

Lo stesso avvenne nel 1981 per la legge sull’aborto. La verità è che la società italiana è più avanti dei suoi legislatori e le leggi sui diritti “inseguono” spesso il senso comune e non lo precedono. Semmai dovremmo farci delle domande su qualche tiepidezza, su quella strana forma di egoismo che fa vedere a molti con grande chiarezza le proprie libertà, i propri diritti e con vista sfocata liberta e diritti degli altri. È un paradosso che nello spirito del tempo ci sia questa curiosa miopia per la quale comprendiamo meglio solo quello che è vicino ai nostri occhi.

Eppure c’è un nuovo orizzonte di diritti su cui porre la nostra attenzione, tanto più complessi perché riguardano i temi più profondi: gli affetti, la morte, il proprio corpo. E lo dico non per sminuire il risultato raggiunto e neppure per dar ragione ai manichei che raccontano la vecchia storiella «si comincia dalla unioni civili e non si sa dove si va a finire… ».

Lo dico perché queste sono le frontiere ancora aperte che ci attendono. Insomma il passo è storico davvero, se si pensa alla fatica fatta per compierlo, ai contorcimenti parlamentari di questi ultimi mesi ma anche alla lunga trafila dei tentativi andati a vuoto (ricordate i Dico, i Pacs, i Didore, i Cus e le altre quaranta proposte di legge depositate alle Camere e mai entrate nelle aule?). Ci è voluto un di più di decisione per superare gli ultimi ostacoli. E il fatto che ci siano cose in più da fare sulla linea dell’accrescimento dei diritti non può diventare un “però”, uno di quegli artifici dialettici per azzerare il risultato raggiunto. Ora anche il nostro paese, sulla cartina, ha il colore giusto.

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