Il caso della piattaforma Vega, simbolo della disinformazione sul referendum

Ambiente
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Un caso giudiziario mai chiarito viene strumentalizzato in questi giorni per “spingere” il Sì. Eppure la realtà è ben diversa

Da 34 anni – da quando sono nato – frequento le spiagge della provincia di Ragusa, di fronte alle quali dal 1987 si erge Vega, la più grande piattaforma petrolifera fissa offshore che esiste in Italia, frutto di una collaborazione tra Edison ed Eni. In quelle acque mi sono tuffato per tutta la mia vita e oggi continuo a farlo insieme a mio figlio. Quelle acque sono le stesse splendide nelle quali vedete nuotare in tv il commissario Montalbano.

Nessuno ha mai dimostrato che quell’impianto provocasse una qualsiasi forma di inquinamento del mare circostante. Anche se in questi giorni, (poco) casualmente a ridosso del referendum del 17 aprile, alcune associazioni ambientaliste e singoli sostenitori del Sì stanno ritirando fuori un procedimento giudiziario vecchio ormai di sette anni contro i proprietari della piattaforma. L’accusa riguarda l’accumulo di rifiuti petroliferi in un pozzo, dal quale si sarebbero riversati in acqua. Queste conseguenze però sono negate dalla difesa, le cui perizie negano qualsiasi fuoriuscita dannosa per l’ambiente. D’altra parte, nessun effetto dal 1987 (anno in cui sarebbero iniziati gli sversamenti) a oggi è mai stato notato, nonostante i controlli regolari.

Un primo rinvio a giudizio – come spiega a Unità.tv Antonio Borrometi, legale del collegio difensivo – è stato annullato per un errore di impostazione del pm, che cambiò il capo di imputazione in corso di causa. Il gup del tribunale di Ragusa ribadì successivamente la sua decisione, ma la prossima udienza (fissata per il 5 maggio) potrebbe già bloccare il processo per intervenuta prescrizione.

Il tentativo di citare solo gli atti dell’accusa per rigettare ogni tipo di colpa su Vega dimostra l’uso distorto del concetto di giustizia da parte di alcuni e come la propaganda per il Sì al referendum sia pronta a strumentalizzare qualsiasi vicenda, anche senza un fondamento acclarato.

Ma proviamo a fare un passo avanti. Cosa succederebbe se effettivamente il quesito del 17 aprile raggiungesse il quorum e vincessero i Sì? La concessione che riguarda Vega scadrà nel 2022, ma la parte del giacimento su cui si trova a operare è ormai quasi esaurita. Per questo, è stata già autorizzata la realizzazione di una nuova struttura satellite (la Vega B) vicina e più piccola della “casa-madre” per arrivare a estrarre anche il resto del greggio.

Un momento del sit-in di protesta dei lavoratori dell'Eni, contro il disimpegno aziendale che minaccia di chiudere tre delle sue cinque raffinerie e due petrolchimici, davanti a Montecitorio a Roma, 29 luglio 2014. ANSA/FABIO CAMPANA

Se il referendum avesse successo, la Vega B non nascerebbe mai e la Vega A sarebbe costretta a chiudere nel giro di 5-6 anni. Per Ragusa significherebbe perdere oltre 20 milioni di euro in royalties ogni anno. Tra i lavoratori impiegati nella piattaforma e quelli dell’indotto, si tratta di circa 300 posti di lavoro persi. Per non parlare di quelli che sarebbero a rischio nella raffineria di Gela (attualmente ferma), che proprio dalle estrazioni della vicina piattaforma dovrà ricavare gran parte del greggio da trattare una volta avviata e completata la riconversione per pa produzione di biocarburanti. Al contrario, con la costruzione di Vega B il livello occupazionale sulle piattaforme e non solo sarebbe implementato e garantito per altri 20-25 anni (stando alle previsioni di Edison).

Inoltre, se anche Vega fosse costretta a chiudere a breve, non è affatto detto che ciò comporterebbe un beneficio per l’ambiente. Qui come in tutti gli altri casi, infatti, interrompere l’estrazione quando il giacimento non è ancora esaurito sarebbe più rischioso che completare il lavoro iniziato. petrolieraPerché non è ancora chiaro chi e come dovrebbe procedere allo smantellamento delle piattaforme. E perché “tappare” un pozzo ancora in parte pieno comporta rischi difficili da calcolare e prolungati nel tempo.

Infine, il traffico di navi petroliere nel Canale di Sicilia non terminerebbe certo qui. Anzi, sarebbe moltiplicato dalla necessità di acquistare il greggio dai Paesi arabi (così come il gas dalla Russia). E – da che io mi ricordi da bambino – su quelle spiagge nelle quali ancora da adulto faccio il bagno le uniche macchie di catrame presenti provenivano proprio dalle petroliere che ripulivano irregolarmente al largo le loro stive. Non certo da Vega.

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