Il caso D’Alema

Pd
Massimo D'Alema durante il congresso del Partito Socialista Europeo nel centro congressi all'Eur, Roma, 28 febbraio 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Ipotesi sul giallo del giorno: cosa vuole esattamente l’ex segretario dei Ds?

Indiscrezioni su Massimo D’Alema: un classico del giornalismo e del dibattito politico. Un evergreen come una canzone di Frank Sinatra. Un giallo degno di Ellery Queen. Ma se la notizia apre i siti e impegna redattori e deputati, evidentemente la “ciccia” c’è. Perché D’Alema è D’Alema, almeno per un paio di generazioni di addetti ai lavori. E naturalmente perché sullo sfondo c’è Matteo Renzi: e tutti sanno che il grande romanzo sulle manovre per farlo cadere è alle prime puntate ma si preannuncia il best seller dei prossimi mesi.

Tutto ciò premesso, i fatti sono semplici (li riportiamo qui per esteso): un articolo di Repubblica firmato da Goffredo De Marchis in cui si riportano frasi che l’ex premier avrebbe pronunciato davanti a testimoni. Il titolo del pezzo dice tutto: “Pur di cacciare Renzi sono pronto anche a votare la Raggi”. Segue dura smentita della sua portavoce, Daniela Reggiani: frasi mai dette, tutto inventato dal giornalista ispirato da “mandanti” (già, nella smentita c’è anche questa nota da romanzo poliziesco o da commissariato di polizia: la traduzione non pare difficile: i “mandanti” sarebbero i renziani).

Sarebbe bastato aggiungere, per smentire completamente Repubblica: “Massimo D’Alema a Roma voterà per Roberto Giachetti”. Ma questa frase non c’è. C’è invece la sottolineatura che D’Alema “è quasi sempre all’estero e non è occupato delle elezioni di Roma”.

Al contrario, risulta a Repubblica – e non solo a Repubblica – che Massimo D’Alema se ne sia occupato eccome, di Roma. Per esempio quando si spese per convincere Massimo Bray a candidarsi; e dopo il diniego di quest’ultimo quando ci ha ragionato su, visto che da Lilli Gruber disse di volersi riservare “un supplemento di riflessione” sulla bontà della candidatura Giachetti; o quando ha avuto modo di parlare con quell’Ignazio Marino che, com’è noto, auspica la sconfitta sia di Giachetti che di Renzi e che è suo buon amico.

Nessuno in questi giorni è riuscito a sapere dalla sua viva voce cosa pensi D’Alema di Roma e delle altre elezioni comunali: “Parlo dopo i ballottaggi”. Ormai celebre il suo “No!” alla cronista che gli chiedeva un commento. E quindi ci si affida alle voci.

Come quella su una recente riunione con non molte persone nelle quali l’ex leader dei Ds avrebbe fatto un ragionamento di questo tipo: più Renzi si indebolisce alle amministrative e più possibilità ci sono per una sua sconfitta al referendum di ottobre, con conseguenti dimissioni del governo, nascita di nuovo esecutivo per fare una legge elettorale proporzionale e nel frattempo un po’ di tempo per ricostruire non un generico partito di sinistra ma un Pd de-renzizzato.

Perché il punto è questo. D’Alema non immagina di costruire un nuovo partito alla sinistra del Pd (con chi? Con una Sel che le urne inchiodano a cifre modestissime?), quanto di chiudere con Renzi e il renzismo a aprire una stagione diversa del Pd. Questo fa parte di una mentalità consolidata che tende a escludere la possibilità di “uscire” dal Partito. Sebbene egli si consideri di fatto già fuori dal Pd: ma da questo Pd.

E quindi manda segnali di rottura pur non rompendo. Un posizionamento che non è quello della sinistra pd di Bersani e Cuperlo, oggi visibilmente irritata dalla querelle dalemiana, se non altro perché le ruba spazio e alimenta la sensazione di una corrente tuttora diretta dall’ex premier. Meno che mai la sinistra vuole essere confusa con chi andasse in giro a dire che è meglio votare la Raggi: “Noi siamo tutti impegnati per i nostri candidati”, ripetono da giorni Cuperlo, Speranza e gli altri.

E in effetti, questa scelta di votare l’avversario è in controtendenza con la sua cultura e la sua decennale condotta politica.

Ma il dramma politico di Massimo D’Alema è che questo suo zigzagare – un po’ dentro un po’ fuori (e questo stranamente in contrasto con tutta una storia personale) – non è esattamente una linea aggregante.

In altre parole, l’ex premier si trova sempre isolato. Con a fianco, semmai, altri compagni di strada rancorosi come Marino e improbabili alleati come Bobo Craxi. Troppo poco, per una rivincita in grande stile.

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