Il #bloccaitalia di Salvini: il centrodestra ha perso la connessione sentimentale con il Paese

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Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, durante il suo intervento alla Festa di Ponte di Legno, 15 agosto 2015. PROFILO FACEBOOK LEGA NORD - FRAME VIDEO
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Siamo di fronte al profondo scollamento fra la formulazione e la comunicazione di una linea politica e le esigenze umane del proprio bacino elettorale.

Salvini propone per Novembre una tre giorni di serrate per bloccare l’Italia e disarcionare il governo, negli stessi giorni in cui l’Istat conferma che il Paese, gradualmente, lentamente, fra mille difficoltà anche congiunturali, sta uscendo dalla recessione avendo inanellato due trimestri positivi di segno più. Insomma quando si cominciano a toccare con mano i primi effetti dello #sbloccaitalia promesso dal governo, e soprattutto auspicio di tutti, il leader della Lega Nord sembra voler contrapporsi con uno slogan anche in verbo simbolicamente di segno opposto: un #bloccaitalia.

L’iniziativa non è solo lessicalmente fuori sesto. Appare sintomatica di un atteggiamento del centrodestra italiano in questa fase, di un suo progressivo allontanamento dalle esigenze delle grandi masse di cittadini comuni (quella che un tempo si chiamava “maggioranza silenziosa”), quelli non schierati per principio; il centrodestra italiano capitanato dall’astro Salvini sembra aver perso ogni connessione sentimentale con la parte produttiva del Paese, che pure per un ventennio aveva blandito con la promessa mai mantenuta della rivoluzione liberale; quella della serrata novembrina sembra più una rivoluzione simile a quella fantomatica dei “Forconi”, e conclusasi come sappiamo nel più assoluto vuoto pneumatico.

Non si tratta soltanto di una deriva verso la destra più populista, di pancia, quella dello straniero nemico, quella del nemico alieno, materiale o immateriale, che spiega ogni problema (l’immigrato, l’euro), ma di un profondo scollamento fra la formulazione e la comunicazione di una linea politica e le esigenze umane del proprio bacino elettorale. In un Paese che si sta rialzando con fatica da una crisi economica drammatica, un Paese che chiede più lavoro, più produzione, più clienti nei negozi, in senso figurato “più movimento”, una ripartenza, la risposta che Salvini dipinge è un quadro d’immobilità, serrande abbassate, settantadue ore di casse vuote, meno lavoro, zero produzione.

Quale empatia può avere una proposta del genere sulle classe media e su quella medio bassa? Su categorie affamate di produzione, di salario, di ore di lavoro? Quello che la vulgata chiama: far girare l’economia. La boutade di Salvini si configura come dislocata, fuori contesto: ha tutta l’aria di un gesto tutto ideologico, a priori, mosso dalla volontà di raccogliere tutti quelli “contro”. Insomma qualcosa che esprime la mentalità da eterna opposizione, di cui ha sofferto a lunga la sinistra italiana, e che oggi sembra aver inguaribilmente affetto il centrodestra nella sua nuova rappresentazione: lontano, molto lontano dal sentire dell’uomo della strada.

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