Il benaltrismo dei No a tutto

Referendum
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Secondo i sostenitori del “No” i difetti del nostro sistema politico non dipendono dal bicameralismo perfetto ma da “ben altri” problemi

Poiché il voto sulla riforma costituzionale si avvicina, è utile leggere gli interventi a favore del No da parte delle personalità più credibili. Quelle non motivate dal solo obiettivo di far cadere il governo. Tra questi annovero, ad esempio, il costituzionalista Valerio Onida e l’On. Walter Tocci. Le posizioni di entrambi, mi sembrano, il frutto di una sorta di “benaltrismo” poco produttivo e di un atteggiamento contradditorio nei confronti del decentramento dei poteri. Inoltre, insieme a molti altri, sostengono che la coesistenza tra la nuova costituzione e l’Italicum aprirebbe la strada a una specie di dittatura dell’esecutivo.

Uso il termine “benaltrismo” perché Onida e Tocci, invece che pronunciarsi sull’opportunità o meno dei singoli aspetti della riforma, si sforzano di dimostrare che i difetti del nostro sistema politico non dipendono dal bicameralismo perfetto ma da “ben altri”problemi, come la crisi dei partiti, la fine del bipolarismo, e altro ancora. In particolare, per Onida e Tocci, il bicameralismo non sarebbe la causa dell’instabilità dei governi e dell’inefficienza delle procedure legislative.

Invece è del tutto evidente che, in un sistema politico sempre più frammentato e con elettorati e leggi elettorali disomogenee nei due rami del parlamento, la stabilità politica è a forte rischio e il sistema della doppia fiducia è oggettivamente causa di maggiore incertezza. Tocci sostiene che i nostri politici producono un eccesso di legislazione, cosicché la cosiddetta “navetta” tra Camera e Senato sarebbe un utile freno, ma non spiega se ciò serve a migliorare la qualità delle leggi. Non sarà il caso che la navetta serva solo a ingolfare le procedure e rendere più confusi i provvedimenti di legge? D’altra parte, con mia sorpresa, sia Onida che Tocci si dichiarano favorevoli all’abolizione del bicameralismo perfetto. Lo avrebbero abolito in modo diverso? Oppure preferiscono lasciare le cose come stanno e aspettare tempi migliori? Mi si consenta di semplificare la scelta che avremo di fronte nei prossimi mesi, evitando di introdurre argomenti secondari.

La Riforma costituzionale toglie al Senato il compito di dare la fiducia ai governi per consegnarla in via esclusiva alla Camera dei Deputati. Si tratta di una scelta ragionevole e largamente condivisa che non riduce il tasso di democrazia del paese. Che l’Italia sia un caso unico e paradossale, nel panorama internazionale, in relazione al numero di governi e della loro scarsa durata (quasi uno all’anno) è assodato. Come lo è il fatto che l’instabilità e la frammentazione politica sono, almeno in parte, il risultato del nostro assetto istituzionale, cioè, in particolare, del bicameralismo paritario, del numero pletorico di deputati e senatori e del fatto che Parlamento e Senato possono sfiduciare i governi senza alcun vincolo e senza che ciò provochi lo scioglimento delle camere. La questione del federalismo nel nuovo assetto costituzionale è ben più seria e meritevole di attenzione.

Onida e Tocci preferiscono, evidentemente, lasciare alle regioni competenze importanti come la concorrenza, le disposizioni generali sulla tutela della salute e del lavor o, le politiche attive contro la disoccupazione, gli ordinamenti scolastici, l’energia e le infrastrutture. Ma essi stessi non sembrano contenti del nostro modello federale, e hanno scarsa stima dei consiglieri regionali. L’accusa alla riforma di aver trasformato il nuovo Senato in un “dop olavoro”discende dall’idea, oggi molto popolare, che il federalismo italiano abbia fallito e che gli enti territoriali siano privi di autorevolezza. Ma non è, questo, un argomento a favore della ri-centralizzazione di alcune competenze legislative dopo un eccesso di devoluzione? La verità è che l’Italia non ha mai cercato fino in fondo il modello federale. Per la semplice ragione che, con scelta sciagurata, abbiamo proceduto alla devoluzione delle spese senza una seria autonomia impositiva. Per questa ragione, molte Regioni sono diventate la principale causa del dissesto finanziario e della crescita del debito pubblico, oltre che un freno allo sviluppo di importanti infrastrutture nazionali. Ma, allora, non è meglio correggere questo eccesso di devoluzione, riportare alcune competenze in ambiti tipicamente nazionali creando una camera dove sia possibile il dialogo tra istituzioni nazionali e territoriali? Il terzo argomento contro la Riforma è quello che ha più presa sull’opinione pubblica: l’eccesso di potere nelle mani dell’esecutivo.

Mi sembra che Onida e Tocci omettano di ricordare che, con la modifica al sistema di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica (tre quinti dei votanti al settimo scrutinio) e per i giudici della Consulta, la maggioranza di governo avrà maggiori difficoltà a determinare la scelta di queste figure istituzionali, rispetto a quanto accade attualmente. Essi riconoscono, tuttavia, che il pericolo di un “cesarismo governativo”non è un prodotto della riforma costituzionale ma, piuttosto, il frutto del “combinato disposto”con la nuova legge elettorale. Secondo Onida e Tocci, i governi non devono avere una maggioranza “automatica”, come previsto dall’Italicum. Ma, d’altra parte, una maggioranza in parlamento è pur sempre necessaria per governare. Come la determiniamo? Abbiamo abbandonato i sistemi proporzionali perché essi generano esecutivi troppo deboli e spesso non interpretano la volontà degli elettori. Ma, a ben vedere, il punto sollevato da Onida, Tocci e di tutti coloro che associano la riforma costituzionale con quella elettorale non è che la prima consegna troppo potere all’esecutivo, perché, altrimenti, essi dovrebbero concludere che sia difettoso ogni sistema monocamerale in cui un partito ottiene la maggioranza assoluta dei seggi.

Il problema sollevato da Onida e Tocci è lo stesso sollevato da tutti i critici del doppio turno: non è “giusto”, cioè, che un partito che ottiene una percentuale “limitata” di voti al primo turno ottenga una maggioranza assoluta al secondo turno, anche se sono gli stessi elettori a determinare questo risultato. Ho due obiezioni a questa tesi: la prima è che non ha nulla a che fare con la riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a votare, la seconda è che essa non convince. I critici del doppio turno partono dalla premessa che siamo ormai transitati verso un sistema tripolare in cui il partito che ottiene la maggioranza al secondo turno potrebbe avere, al primo, non più del 25-30% dei voti. Gli italiani potrebbero allora essere governati da una minoranza. Ma la democrazia è un sistema in cui, tipicamente, più della metà delle volte vince il partito che non abbiamo votato. Occorre farsene una ragione. In un sistema tripolare il doppio turno elettorale consente agli elettori di scegliere tra opzioni secondarie quando l’opzione ottimale non è disponibile. A me sembra che ciò consenta di limitare la distanza tra la posizione politica del partito vincitore e quella degli elettori. Inoltre, i partiti di governo avranno la piena legittimità conferita dalla maggioranza assoluta del voto popolare (salvo il caso di un’ampia astensione). Sorge il dubbio che, paradossalmente, proprio questa legittimità popolare sia l’elemento che spaventa. Essa rende l’esecutivo troppo forte? È meglio, allora, che la scelta del governo sia sottratta agli elettori e delegata alle trattative parlamentari? Si tratta di decidere, ma senza confondere le acque.

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