Il 4 dicembre, ritorno alla Costituente

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I Padri Costituenti ci hanno offerto gli strumenti per correggere con determinazione specie quando si rischia il discredito

La consultazione referendaria del 4 dicembre offre l’opportunità di riannodare il filo dell’elaborazione della Carta su alcuni punti nodali che nel 1947 impegnarono i Padri Costituenti. Abbiamo ben ragione di essere fieri del lavoro che essi svolsero in poco più di un anno; ma commetteremmo un grave errore se avvolgessimo in una sorta di aura sacrale ognuna e tutte le norme cui si diede vita. Essi stessi, laicamente, ci hanno offerto gli strumenti per correggere con determinazione specie quando si rischia il discredito.

È il caso del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel), a cui è dedicato l’art. 99, che affida u n’infinità di compiti di rappresentanza, di consulenza e persino di iniziativa legislativa ad un organo della cui esistenza in 70 anni non si è avuta altra traccia, se non quella nel bilancio dello Stato dove sono annotate le cospicue somme di spesa per retribuire i consiglieri e provvedere all’attività di un nutrito apparato di contorno. Ma, se dovesse prevalere il No referendario sull’insieme dei quesiti e quindi occorresse ripristinare anche il Cnel, mi astengo dal commentare l’abisso di immoralità che toccherebbe vasti strati della Nazione.

Il cuore della riforma sottoposta al referendum riguarda il bicameralismo; le due Camere non faranno più le stesse cose, i Senatori non saranno più 315 ma soltanto 100, tra cui vi saranno i sindaci delle maggiori città, 75 consiglieri regionali selezionati attraverso due votazioni popolari, tutti già retribuiti per le rispettive cariche ricoperte; vi saranno anche 5 personalità di ampia competenza che il Presidente della Repubblica nominerà per rafforzare la qualifica e il rendimento del lavoro dei Senatori. Al Senato viene affidato tutto ciò che con grande rilievo la Carta fissa nell’art. 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie lo cali”. Il Costituente si convinse così che valorizzando le distinzioni e le peculiarità territoriali, geografiche o anche storiche, avrebbe favorito la partecipazione democratica, la tendenza all’autogoverno delle popolazioni con vantaggio non solo del territorio di cui si riconosceva l’autonomia ma anche e soprattutto il carattere unitario, ancorché composito della nazione e dello Stato.

Alla confusa e tumultuosa rivendicazione di tipo indipendentistico della Sicilia il governo nazionale, con Palmiro Togliatti e Salvatore Aldisio, un comunista e un democristiano, rispose presentando alle rappresentanze dell’isola il progetto dell’autonomia speciale: l’isola si sarebbe dotata di un’assemblea di deputati che avrebbe redatto lo Statuto autonomo della Regione nel quale avrebbe regolato la vita civile della Sicilia e questo Statuto sarebbe divenuto uno dei documenti fondativi della Costituzione della Repubblica italiana prima ancora che essa venisse promulgata.

La creazione successiva della Regione Sardegna e le rivendicazioni che piovvero dai confini alpini, dove esisteva il problema del bilinguismo e di importanti tradizioni (e non mi soffermo sulla questione Alto Adige-Sud Tirol, complicata dal cedimento di Mussolini nei confronti di Hitler), accese l’interesse di tutto il Paese e l’ordinamento regionale venne esteso a 20 Regioni, cui venne affidata gran parte delle materie del vivere civile amministrate dai ministeri romani: dall’agricoltura alturismo, alla sanità, alla formazione professionale, all’enorme patrimonio e ai musei, i trasporti anche quelli delle acque interne; i lavori pubblici.

E lo Stato si riservò di affidare alle Regioni, a ciascuna di esse altre materie accentrate negli uffici statali. L’opposizione iniziò il suo sabotaggio non contrastando frontalmente le norme bensì utilizzando gli strumenti che erano offerti dal vecchio centralismo e soprattutto dalla difficoltà di attuare con rapidità la trasformazione del vecchio apparato statale che esisteva e avrebbe dovuto essere completamente rivoluzionato.

Come primo atto si volle tenere tra gli enti in cui la Repubblica si riparte anche la Provincia benché tutti i compiti a essa affidabili rientrassero nelle competenze regionali. Sin dalla prima legislatura, Governo e Parlamento avrebbero dovuto dedicarsi all’adeguamento della forma del nuovo Stato con attenta misura di ciò che potesse essere salvato del vecchio ordinamento.

Ma invece passarono oltre due decenni a tergiversare e dovrei a questo punto elogiare il governo Rumor (presidente)-De Martino (vicepresidente) che nel 1970 indisse le elezioni dei Consigli regionali e mi stupisce e addolora che il suo principale collaboratore, il prof. Gianni Ferrara, abbia preso posizione per respingere la riforma costituzionale nella quale viene cancellata la Provincia come uno degli enti in cui si riparte la Repubblica (e Gianni Ferrara sa bene che se il No prevarrà di dovrà rilegittimare un organo fonte di spreco finanziario e confusione costituzionale).

Ugo La Malfa, che già nel ’70 aveva proposto l’abolizione della Provincia, sarebbe oggi il primo ad indignarsi e bollare una così plateale capriola. Ho cercato di capire le motivazioni di questo No, di uomini come Stefano Rodotà, Gianni Ferrara e altri giuristi e costituzionalisti che a suo tempo riproposero la cancellazione del Senato, la Camera come unico organo parlamentare e dovettero recedere dal loro proposito perché, praticamente, si sarebbe dovuta indire una nuova Costituente e dedicare alcuni anni per riscrivere la gran parte dell’ordinamento, compreso quella che riguarda il Presidente della Repubblica.

E qui cadrebbe opportuno un richiamo a tutti i media, e lo faccia chi ne ha il potere e l’autorità: gli italiani, quasi nella loro stragrande maggioranza, vogliono che non si tocchi neppure una parola dei 9 articoli che definiscono funzioni, compiti, responsabilità del Presidente della Repubblica nella nostra Costituzione. L’abbiamo sperimentato di recente e dobbiamo gratitudine al Presidente emerito Giorgio Napolitano: abnegazione e sapienza, duttilità e fermezza per la salvezza della Repubblica.

Oggi abbiamo Sergio Mattarella che ci garantisce pienamente e la volata per il No, molto probabilmente, ha anche il compito di creare un’enorme difficoltà a chi ha la suprema responsabilità della tenuta e dell’armonia delle is tituzioni. Mi aspetterei dagli uomini che ho nominato, come pure dai miei compagni e compagne, che finora hanno taciuto, di scendere in campo e di svelare le loro opzioni, sicuramente per l’avanzamento della nostra democrazia e la salvezza della Repubblica. Abbiamo motivi di critica nei confronti del Presidente del Consiglio? Facciamoli valere e ricordiamo a noi stessi che è il Parlamento la sede per affrontare gli argomenti controversi.

Per la riforma costituzionale ci si sta muovendo nel solco genuinamente tracciato dalla gran parte dei Costituenti e ciò rinvigorisce la nostra conferma in sede referendaria. Diciamoci la verità: non ci fu nessun gruppo politico, nessun singolo Costituente che avesse proposto un Senato somigliante pure da lontano a quello che sarà consegnato dal Ministro dell’Interno Scelba al Presidente dell’Assemblea Umberto Terracini il 10 settembre 1947.

Sulla soglia della scadenza in primavera, giurata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, non vi era lo spazio neppure per emendamenti parziali. Il diktat doveva essere accettato così come era o respinto, ma in questo caso ci si sarebbe assunti la responsabilità di un caos istituzionale e il disastro nazionale sarebbe tutto imputato a sinis tra. Accettare divenne un obbligo democratico e patriottico. Togliatti volle salvare principi e forma di Governo della Repubblica e i caratteri nuovi dello Stato delineati dalla Costituente.

Veniva così affidato al cammino della storia la questione del bicameralismo e del Senato guardiano dell’altra Camera, forte della sua supremazia nei confronti della Camera dei Deputati. Perché parlo di supremazia e con un accento più marcato rispetto alla definizione di “paritario”. Pari, identiche le competenze i poteri le prerogative ma il Senato, una Camera con una composizione ben più ristretta della Camera dei Deputati viene eletta, eliminando dal suo corpo elettorale, tutti gli elettori e le elettrici che non hanno compiuto il 25° anno di età.

Il compimento del 25° anno dà persino diritto ad essere candidato alla Camera dei Deputati: quindi l’elettore del Senato in Costituzione è allo stesso livello del candidato a Deputato. Ma la contraddizione di fondo alla norma costituzionale sul suffragio universale e sul diritto politico del cittadino viene consumata con l’art. 58 che consente l’elezione del Senatore soltanto ai cittadini con più di 25 anni.

Eppure l’art. 48 nella prima parte della Costituzione là dove sono fissati i principi cardine della Carta, all’i n te r n o del Titolo IV dedicati ai diritti politici, recita: «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale… ». In altri termini, il diritto politico di quasi cinque classi di età, il fiore della nazione, venne azzerato completamente; i giovani non hanno il diritto di eleggere un Senatore. Nulla ho da rimproverare ai compagni Costituenti, ma a me stesso sì, come Deputato al Parlamento e anche agli altri compagni, perché abbiamo avuto 100 occasioni per levarci in piedi e sollevare una questione che era costituzionale, politica ma anche umana. Immorale mutilare in Costituzione il diritto di voto dei più giovani come per dire, «il vostro diritto politico vale zero in Senato» e rendere questa norma di valore perenne: quando nel 1975 la maggiore età fu calata a 18 anni, ad ogni elezioni politiche erano oltre 600.000-700.000 i giovani esclusi dal voto senatoriale.

Perché una misura tanto odiosa, che certo colpiva la sinistra assai più gravemente che non i partiti di centro e di destra. Qui, caro Alfredo Reichlin, bisogna dire tutta la verità, che tu conosci assai meglio di me, perché eri nell’ufficio di Pietro Ingrao quando il Ministro Emilio Sereni riportò la frase del Presidente De Gasperi che preannunciò l’estromissione dei comunisti dal Governo. Aveva urgente bisogno del «sostegno del partito del capitale». E Sereni gli chiese: «Qual è il partito del capitale?». Risposta: «È quello di Valletta e degli imprenditori che sono andati in America e dicono che gli americani erano spaventati dalla presenza di comunisti e socialisti nel governo».

De Gasperi però aveva taciuto, perché il primo ad arrivare a Washington era stato proprio lui, le agenzie americane avevano detto chiaro e tondo che «aveva chiesto aiuti di viveri e generi di prima necessità per far fronte al pericolo comunista». I comunisti avevano messo a disposizione del Governo un uomo di grande dinamicità e competenza, Giulio Cerreti, Alto Commissario per l’alimentazione e agli stessi compagni riuniti intorno a Pietro Ingrao aveva segnalato la sosta al largo delle coste toscane di numerose navi cariche di ogni ben di Dio. Ognuna di essa per levare le ancore e raggiungere Livorno e altri porti aspettava ordini da Washington.

Si giocava una partita in cui qualcuno cercava di suscitare “panico” in una qualche popolazione della Penisola. E così veniamo al cuore del problema: occorreva dare la garanzia costituzionale per tener fuori i comunisti, sempre. Luciano Barca le ha scritte con scrupolo e puntualità queste verità. Alle richieste di De Gasperi a Washington, a febbraio rispose il Presidente Truman nel Congresso: «Gli Usa aiuteranno gli Stati che faranno fronte al pericolo comunista». L’Italia si trovava all’occidente della “linea blu” segnata dalla mano di Churchill sopra la carta che passava dalla sua alla mano di Stalin e viceversa: è vero, l’obbligo della sovranità limitata valeva a Praga come a Roma.

Non sarà mai abbastanza condannata quella fatale Yalta, all’inizio del 1944, determinante nei tanti disastri all’est ma in una certa misura anche all’ovest. Il risveglio dell’Italia dopo il 25 aprile era straordinario, lo slancio operaio e contadino, l’inventi – va dei tecnici, centinaia di progetti giacenti nei cassetti dei ministeri parlavano dell’Italia del riscatto e della sua volontà di rinnovare se stessa e offrire agli altri popoli il contributo del proprio lavoro, della propria scienza, della propria tecnologia. I fautori del No trascurano il piccolo dato della realtà degli anni duemila: il mondo è cambiato e gli uomini sono cambiati. Mettendo mano alla composizione del Parlamento nell’anno di grazia 2016 lo sguardo degli elettori deve arrivare per lo meno alla fine di questo secolo.

Guai a bloccare ancora la gioventù. Guai a ritornare ai mille parlamentari, profumatamente pagati per scambiarsi la navetta e fare una giocosa gara di carattere giuridico-letteraria su ciascuna frase delle leggi; guai ad indugiare con uno Stato lento, burocratico con lavori pubblici che vanno avanti a passo di lumaca. Non ci basta Cantone che indaga e i corrotti vogliamo che siano impediti nel fare corruzione prima ancora che le loro malefatte arrivino anni dopo sui tavoli dei pubblici ministeri. I giovani vogliono un’altra Italia e anche chi giovane non è non accetta la condanna dei nipoti, pronipoti e bisnipoti, che non perdonerebbero le troppe occasioni perdute per mettere il proprio Paese al passo con gli sviluppi della rivoluzione scientifica e tecnologica. D’altra parte gli Usa hanno ben capito che è finito il tempo di una sua leadership imperiale, la globalizzazione ha messo in moto ovunque Stati, popoli, religioni, culture, ceti di ogni parte.

Il mondo è in subbuglio e ci vuole saggezza e senso della responsabilità dei capi politici di ogni Stato, di ogni nazione. Altro che austerità e muri per riparare le zone di opulenza rispetto al bussare alle porte di ingresso di chi fugge dalle guerre, dalla fame e dalla morte. Con Obama o con Trump, l’Italia terrà fede alla tradizionale amicizia nei confronti degli Usa, ma non è più quella in cui i suoi politici sono mossi da “cupidigia di servilismo”. Il nostro ruolo nell’Europa e nel mondo è decisivo e di esso si potranno giovare gli Usa stessi piuttosto che di uno Stato satellite nell’area che va dallo Stretto di Gibilterra ai Dardanelli al Suez e un po’più in là, verso sud-est e l’Asia centrale: Governo e popolo siano animati dalla volontà di tessere la tela della cooperazione, del reciproco vantaggio. È la tessitura della pace l’obiettivo di questa Italia e il 4 dicembre il mio Sì sarà scritto con letizia.

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