Il 1956, l’anno che segna la divisione della sinistra italiana

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Pietro Nenni condanna con durezza l’intervento sovietico in Ungheria, a differenza di Palmiro Togliatti

Il 23 ottobre di sessant’anni fa iniziano i “fatti d’Ungheria”, con un’importante manifestazione studentesca. In gioco sono l’autonomia da Mosca e la riformabilità dei sistemi politici e sociali dell’Europa dell’ “est”. Come notano vari studiosi, leggere i primi decenni del dopoguerra come un periodo di stabilità e di equilibrio, con due blocchi monolitici che assicurano l’ordine internazionale, sarebbe fuorviante.

Non a caso il ’56 segna una cesura anche nella storia e nella coscienza dell’Occidente, dal forte valore simbolico e politico. Sia il Pci che il Psi sono all’inizio disorientati, ma poco dopo Pietro Nenni condanna con durezza l’intervento sovietico, a differenza di Palmiro Togliatti. Giuseppe Di Vittorio, leader della Cgil e comunista, non condivide tuttavia la posizione del “migliore”. Così non pochi intellettuali comunisti, per lo più giovani (a mo’ di esempio, cito l’allora studente di vent’anni Achille Occhetto, che firma con altri un documento di dissenso dalla linea del partito) approdano al Psi.

Più in generale, prende forza l’idea che l’Urss non sia il “paradiso dei lavoratori”. Non si tratta solo dei “crimini di Stalin”, di aver esagerato, cioè, con il “terrore rivoluzionario”. Emerge piuttosto il carattere dispotico dell’intero sistema di potere sovietico. Certo, molte ragazze e ragazzi delle generazioni successive si faranno abbagliare da altre realtà considerate rivoluzionarie, ma inizia intanto a incrinarsi il mito della “rivoluzione che si fa Stato”. E riemergono le pulsioni libertarie.

Pian piano, poi, acquisterà consistenza lo sforzo di elaborare incisivi programmi di riforma e, sia pure al livello di élite intellettuali, rivedrà la luce la “vecchia talpa” del socialismo liberale. A dispetto della “cortina di ferro”, insomma, nel dopoguerra il campo della sinistra è attraversato da grandi fermenti, da rivolte, da contraddizioni talora insanabili.

La repressione di Mosca soffocò nel sangue l’anelito di libertà degli ungheresi, ma in seguito nulla rimase come prima.

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