I veri numeri del Jobs act

Jobs Act
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C’è stata una netta inversione di tendenza rispetto a un mercato del lavoro che vedeva costantemente calare i contratti stabili e crescere le forme di lavoro precarie

A fine 2015 ci sono stati oltre 900mila contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014. Oltre 600mila sono stati contratti nuovi (persone che non lavoravano o lavoravano senza alcun contratto), il resto sono state trasformazioni di contratti precari (a termine, co.co.co, apprendisti) in contratti stabili. Nello stesso periodo le assunzioni precarie sono calate in modo esponenziale. C’è stata cioè una netta inversione di tendenza rispetto a un mercato del lavoro che vedeva costantemente calare i contratti stabili e crescere le forme di lavoro precarie. Una crescita ovvia, visto che il lavoratore precario costava meno e soprattutto comportava meno obblighi per l’azienda e quindi meno diritti per il lavoratore.

A fine 2015 ci sono stati oltre 900mila contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014. Oltre 600mila sono stati contratti nuovi (persone che non lavoravano o lavoravano senza alcun contratto), il resto sono state trasformazioni di contratti precari (a termine, co.co.co, apprendisti) in contratti stabili. Nello stesso periodo le assunzioni precarie sono calate in modo esponenziale. C’è stata cioè una netta inversione di tendenza rispetto a un mercato del lavoro che vedeva costantemente calare i contratti stabili e crescere le forme di lavoro precarie. Una crescita ovvia, visto che il lavoratore precario costava meno e soprattutto comportava meno obblighi per l’azienda e quindi meno diritti per il lavoratore.

L’inversione di rotta nel 2015 è stato prodotto dalle due gambe del jobs act. Quella normativa, cioè il contratto a tutele crescenti, e quella economica, cioè gli incentivi (circa 8mila euro l’anno) a vantaggio di chi assume. Naturale che nel momento in cui gli incentivi sono diminuiti (chi assume da gennaio di quest’anno avrà circa 3.250 euro l’anno di bonus) siano calate anche le assunzioni.

Meno naturale che questo basti a descrivere strumentalmente il jobs act come un fallimento annunciato. O meglio, che la doppietta polemica sia imbracciata dalla destra è normale. Del resto del milione di posti di lavoro che il loro capo aveva promesso sono rimasti solo sbiaditi slogan, e vedere ora che un governo guidato dal Pd li sta realizzando concretamente fa un po’ rabbia. Invidia e bile comprensibili.

È strano invece sentire le stesse accuse da alcuni esponenti della sinistra cosiddetta radicale e da alcuni sindacalisti. Ci saremmo aspettati critiche sulla diminuzione degli incentivi e non accuse sull’aumento dei posti di lavoro “dopato” dagli aiuti statali. Infatti, una delle storiche battaglie di sinistra per combattere la precarietà è sempre stata quella di far costare di meno il lavoro stabile rispetto al lavoro precario. Ma cosa sono gli incentivi che il governo ha deciso di dare a chi assume se non un taglio del costo del lavoro? Non sono forse una diminuzione della pressione fiscale sul mondo della produzione e del lavoro, proprio come gli 80 euro che ogni mese finiscono nella busta paga di dieci milioni di lavoratori e da qualche mese anche in quelle delle forze dell’ordine? Ecco, forse un ripasso di alcuni principi fondanti della sinistra non sarebbe sprecato. Anche perché dietro ognuno di quei nuovi contratti a tempo indeterminato c’è una persona in carne e ossa che prima aveva una vita precaria e adesso ha un lavoro, un salario e diritti.

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