I talk show sono morti, viva i talk show

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Un panorama prigioniero di se stesso può essere liberato solo grazie a scelte radicali

Oltre alla pizza, all’espresso e alle camice da uomo attillate, il genio degli italiani ha inventato i “talk show politici di prima serata”. Ma, se le prime creazioni hanno dilagato nel mondo, quei talk continuano ad allignare solo da noi, anche se più stentatamente rispetto a un paio di anni fa quando ancora ogni puntata riscuoteva platee da fare invidia, per dimensione e costanza, a Il Segreto di Canale5. Di quelle sintonizzazioni oggi ne manca circa un quarto e il ridotto bottino deve, per di più, frammentarsi fra una recente moltitudine di concorrenti. Comunque, anche se a vele flosce,  il talk show italian style è sempre lì, incastonato nelle prime serate. Come siamo giunti a questi frangenti, e perché ci restiamo? La risposta dobbiamo cercarla in una combinazione di economia e di politica.

L’economia in questo caso è quella propria dei canali televisivi generalisti, quelli con i palinsesti “identitari”: Rai Uno rassicurante, Rai Due americanizzante, Rai Tre nostalgica, Canale 5 corriva, Italia 1 gabibbosa, Rete 4 riposante e La7 sgomitante (e attendiamo con curiosità i profili generalisti prossimi venturi di  Sky sul tasto 8 e Discovery sul 9). Una compagnia numerosa, anzi numerosissima, che campa tutta a ricasco dei ricavi della pubblicità (salvo il canone che spetta alla Rai, in compenso  obbligata per legge  a tirare il freno a mano quando vende spot). Ma la pubblicità, lo sanno anche le pietre, è un investimento di natura ciclica, ma inelastico rispetto al numero dei canali disponibili, tra i quali semplicemente si spartisce  grosso modo in proporzione all’audience. E, non bastasse, la spesa complessiva dedicata al fare pubblicità in Italia è da sempre bassina, anzi fra le più basse al mondo in rapporto alle dimensioni del famoso PIL.  Conclusione: la tv italiana che incassa poco e in aggiunta è anche molto dispersa, non è un complesso  industriale, ma una favela ai margini delle industrie vere, quali la americana, inglese, tedesca, giapponese, coreana, francese, etc.

In questa favela ci si arrabatta in due modi: il primo modo consiste nel raccattare in giro per il mondo storie usate perché a comprarle si spende e si rischia assai meno che a produrle (e infatti i nostri palinsesti sono molto estero-dipendenti); il secondo modo consiste nel dilatare i programmi da studio, più o meno in diretta, dove criminologi, psicologi e meteorologi si radunano ognuno a fare il suo verso, nonché, quando s’aggiungono i politici e i politologi, a discettare della casta, sempre onnipotente, della criminalità, sempre crescente, della disaffezione del cittadino, sempre dilagante. La maggior parte degli “ospiti” di questi programmi lavora gratis (cioè in cambio della visibilità da rendere lucrosa scrivendo opuscoli, intervenendo a convegni, ottenendo consulenze, etc) mentre  le spese “fisse” (cameraman, redattori etc) si spalmano su molte puntate e incidono pochissimo.  Inoltre, “più duri meno costi” se occupi il palinsesto a costi marginali decrescenti, e così ecco spiegato perché da noi il talk show, con tanto di ospiti esausti, si inoltra anche oltre l’una della notte: meglio la sua “coda di audience” che una incerta audience da costruire ex novo con un successivo programma.

È ovvio che, finché i fondamenti strutturali della tv generalista italiana (pay tv e Svod non rientrano in questo panorama) non cambieranno, e cioè finché, a partire dalla Rai, conserveremo l’attuale eccedenza di offerte generaliste, non cambieranno neppure la subalternità al prodotto d’acquisto e la inflazione dei programmi-chiacchera, più o meno di politica.

E veniamo ora al secondo versante della questione: quello, per l’appunto, politico. I talk show politici hanno conquistato la prima serata, spodestando film e varietà, nella Terza Rete di Angelo Guglielmi, alla fine degli anni ’80, mentre rovinava il secolo breve (portandosi appresso l’URSS, la DC e il PCI). E hanno vigoreggiato per i venti anni seguenti perché lo scoprirsi berlusconiani degli uni e il corrispondente inorridire degli altri ha dato vita alla struttura narrativa più efficace che ci sia (quelli-come-noi contrapposti a quelli-come-loro) che ereditava a sua volta la polarità del comunismo e dell’anti anticomunismo. Un clima da baruffe di strada dove ben si inserivano i Don Bartolo della sinistra e le Moll Flanders della destra.

Quella stagione è finita con l’arrivo di M5S e Renzi che hanno messo in campo, a nostro avviso, due visioni antagoniste, ma complementari. Da un lato l’Opposizione, dall’altro il Governo, da un lato il Controllo, dall’altro il Fare. Situazione ben diversa da quella precedente, in cui pretendevano di scontrarsi dapprima due ipotesi di società e poi, dopo l’arrivo di Berlusconi, due antropologie. Tant’è che la critica più serrata che Renzi riceve da M5S riguarda, piuttosto che la linea programmatica, il raccordo fra promesse e fatti. Mentre il principale rinfaccio di Renzi a M5S è esattamente la lista del già fatto, dei provvedimenti già attuati in campo istituzionale, fiscale e sociale. Mai, in sostanza, lo scontro politico in Italia è stato meno ideologico di quello attuale. E dunque mai è stato più “tecnico” e meno affascinante da raccontare da parte dei mass media che, per loro intrinseca e insuperabile natura e struttura espressiva, sguazzano nelle tinte forti e annegano nei dettagli (salvo ingigantirli) e nelle sfumature.

Tant’è che, consistendo ogni dibattito essenzialmente nel fare le pulci a Renzi (e non essendovi altra tematizzazione a disposizione) i talk show politici finiscono in un modo o nell’altro per parere tutti antigovernativi. Da qui la prevedibilità e scontatezza delle serate e, anche per chi è fieramente contrario a Renzi, il collasso della attrattiva dei talk show, in quanto tali, a prescindere dagli stili delle conduzioni e dalla incisività delle mini inchieste che li costellano.

In altre parole, i talk show si trovano in mezzo a tensioni di segno opposto: da un lato la convenienza economica dei canali che li programmano li terrebbe in palinsesto ancora a lungo, anche con audience ridimensionate; dal lato opposto la consunzione degli schemi narrativi e politici li condanna al manierismo di un XFactor politicante, dedicato, al più, allo scouting degli aspiranti a pubbliche carriere.

Un panorama prigioniero di se stesso che, vorremmo sbagliare, può essere rimesso in movimento solo da radicali scelte della Rai, se questa, condensando e riarticolando il suo generalismo, riuscirà a riprendere il controllo dei propri assetti strategici e, quindi, delle sue risorse. Insomma, i talk show, protagonisti del “generalismo povero”, cioè a basso investimento, potranno essere superati solo da un “generalismo ricco”, cioè ad elevato investimento. Come accade altrove, anche grazie al canone o a quel che ne fa, qua e là, le veci.

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